E la chiamano estate

Diciassette giorni al Cairo, lavoro, lavoro, lavoro. Fuori la temperatura scende di poco, il sole splende come al solito alla solita ora e tramonta uguale. Il giorno si sussegue alla notte. Rimetto in una valigia le mie cose di nuovo, la terza volta in due mesi, e si riparte. Stoccolma mi aspetta coperta di nubi bianche e lattiginose, piove come se non ci fosse un domani. La luce, quella non scompare mai, ma invece di quei lunghissimi tramonti sul Baltico c’é solamente una luce lattea, biancastra, che scompare piano verso mezzanotte per tornare poi dopo poche ore. La cittá é deserta, é la festa di mezza estate, e non la ricordo tanto triste e solitaria da quanto mi sono trasferito qui circa dieci anni fa. Per fortuna sono riuscito finalmente a riposarmi, a dormire tantissimo, quasi una benedizione in questi mesi passati piú in un albergo che in una casa normale. Pochissime persone per strada, quasi nessuna macchina. Nel regno delle tre corone la maggioranza della popolazione sará probabilmente ubriaca, staranno cantando, o urlando, o solo dormendo. Ancora nubi basse sul Baltico, un’altra mezza estate é arrivata. Ora puó anche tornare l’inverno.

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