Tornando verso sud

Tre aerei, una notte volando sulla Siberia, e mi ritrovo a Stoccolma in una giornata piena di sole, il tempo di riposare qualche giorno. Quarantotto ore sulle rive del Mälaren e poi via di nuovo verso sud, con tre valigie pesanti di ricordi e di vestiti. Dubai é già bollente, nel suo caldo umido, le auto che sfrecciano veloci, l’aria condizionata che ti avvolge come una coperta, quel sole forte che sorge e tramonta sempre alla stessa ora. Presento a due sessioni plenarie di un congresso, qualche centinaio di persone di fronte a me, mi fanno tanti complimenti. Poi si riparte. Un volo di tre ore e mezza tra bambini urlanti ed un caldo soffocante, atterrato al Cairo e trovo una piacevole aria fresca di primavera. Stranamente poco traffico, una stanza con vista su palazzi che sembrano non avere fine nel cielo azzurro. Ed inizia una nuova settimana di lavoro.

Un giorno al mare

Il treni proiettile, come lo chiamno in Giappone, lascia la stazione silenzioso ed attraversa valli, campi di riso e fabbriche lasciandosele dietro in pochi istanti. Il paesaggio sfila come in un viaggio nello spazio tempo lasciando scie di luce, e poi si arriva al mar del Giappone. Qui un lento treno locale passa attraverso la costa, il mare, le spiagge ancora deserte, il mare d’inverno é anche qui un film in bianco e nero visto alla tv. Poche persone, qualche vecchietto che mi sorride e tenta di parlare, ma ovviamente in giapponese. Una stazioncina in un villaggio sul mare, due passi ed arrivo in un ryokan che ha circa centocinquanta anni. Una signora in kimono dall’età indefinita mi saluta in inglese e mi porta in una stanza con le pareti scorrevoli di carta, un letto per terra sul bambù ed un balconcino sul cortile interno. Qui la vita scorre lenta, un caffè ed un assaggio di sushi, una spiaggia lunghissima dove papà insegnato ai bambini a pescare, barche a vela in lontananza, il cielo è cosparso di nuvole  he inframmezzano il cielo, c’é tempo per inalare la salsedine ed il rumore del mare. Lavorare, lavorare, lavorare… preferisco il rumore del mare.

Era un bel mattino di agosto

Dopo circa due ore di pioggia torrenziale il sole esce e fa capolino tra le nuvole sulla stazione. Al parco della pace leggo che la stessa cosa successe quel mattino d’estate del 1945. L’obiettivo primario era un altro, poi nuvole e virata verso sud. Anche qui nuvole, e mentre stavano per tornare indietro il apre il cielo, un buco nella valle e via la bomba cade. Così come in quel bel giorno d’estate, mi trovo a passeggiare proprio lì dove è l’epicentro della seconda bomba, che ora è un parco bellissimo, e ciliegi ancora in fiore profumano l’aria. Da qui su, un poco più a nord del centro, si vede chiaramente la vallata di Nagasaki, questo bel porto naturale che era l’unica città aperta agli occidentali per secoli. Da questo punto una nube radioattiva ed incandescente distrusse tutto, in secondi e minuti di terrore. Più che le atroci foto nel museo, i resti di edifici in metallo piegati in due dalla bomba, mi sorprende questa pace, questa bellezza che ritorna. I vecchietti che passeggiano nel parco, un ristorante aperto li all’angola, il tram che passa lento più giù con il suo rumore di ferro sui binari. 

Un pomeriggio in treno

Il treno passa tra le campagne di Kyushu, lento nelle curve tra colline lussureggianti e risaie ai bordi delle strade. Io guardo lo s compartimento semi-vuoto dove tre vecchi e dormono con le loro mascherine sulla bocca. Prima di salire hanno anche cercato di attaccare bottone. Metto la musica nelle orecchie e faccio partire Battisti, che ci sta sempre bene, anche in una giornata uggiosa di un Aprile ai confini del mondo, qui nel sud del Giappone. Il treno continua lento, passerà tra poco intorno al monte Aso, lasciandosi alle spalle l’oceano. Il conduttore dice cose incomprensibili, mentre l’assetto ai biglietti passa ad ogni stazione, si inchina e controlla i biglietti. Tutto appare come calmo nella nebbia che avvolge le colline, fermo come forse era secolo fa. Tutto scorre, tutto passa, ed io con il viso attaccato al finestrino mi chiedo tante cose, ed ho sempre più domande di quante ce ne siano di risposte.

Impressioni giapponesi

Seduto in un caffè nel mezzo di una città di provincia giapponese guardo le persone passare indaffarate, le ragazze con i cellulari e le divise da marinarette, disegni di manga un poco ovunque, vecchi taxi che camminano lenti, uomini d’affari, o forse solo commessi, in giacche e cravatte d’ordinanza. Con gli occhiali da sole mi guardo intorno come un organismo alieno giunto in un universo parallelo. Sparsi nella città ci sono giardini curatissimi, di una grazie incredibile che si sovrappongono a palazzoni orrendi sullo sfondo di un centro grigio e spoglio. Nei vicoli si aprono mercatini in cui puoi trovare di tutto, dai fiori alla carne alle frutta, pesci, carni, mostri marini ben poco identificati. La campagna è puntellata di colline verdi e lussureggianti in cui la nebbia nasconde le cime. Sputano qui e lì torri di castello medioevali, sovrapposte a periferie industriali orrende. Le persone sono gentilissime, talmente tanto che quando non riescono ad aiutarti, data spesso la completa mancanza di conoscenza dell’inglese, ti viene voglia a te di dare una mano a loro per uscire dall’impasse. Intanto, dopo giorni di umido, si è alzato un vento fresco che spazza le gonne delle ragazze ed i capelli delle vecchiette in kimono. Un altro giorno sorge nel solevante, un altra parte del mondo dorme. Io resto per un attimo guardare mentre mangio arancini triangolari avvolti in foglie d’alta per pranzo.

Verso il Giappone

La luce aumenta sempre di più qui al nord del mondo, ed è quel periodo dell’anno in cui ancora non mi rendo conto sia tardi, perché c’è ancora luce alle otto di sera. Come quasi sempre ad Aprile, qualche mattina fa nevicava, fiocchi sottili, aria fredda, cielo colore del latte. Esco di casa presto, vado verso l’aeroporto, circa 24 ore e 3 aerei dopo atterro in Giappone. Piove a dirotto, ed attraverso periferie grigie sotto un cielo cupo. Tutto è scritto solo in giapponese, nessuno parla una sola parola d’inglese, e quando li approcci per chiedere qualcosa continuano a parlare in giapponese come se fosse la cosa più normale del mondo. Sono anche di una gentilezza estrema, e capisci che comunque, in un modo o in un altro, riesci a cavartela. E poi si inizia a girare…