Il cuore chiede il piacere prima di tutto

La vita, cosa sia, me lo chiedo sempre piú spesso. Cosi come mi chiedo se alla fine valga la pena passare questi giorni, oppure se sia tutta un’illusione. In fondo, se fossimo tutti attaccati ad una grande macchina come in matrix, sarebbe tutto piú facile. Invece, nell’insieme dei giorni che passano, siamo tutti come persi in questo non senso che sono i giorni. Le scelte, l’unicitá di questo universo in cui tutto potrebbe essere ma mai é. Ed il cuore, che ci spinge lí dove le scelte razionali non ci porterebbero mai. Eppure il cuore chiede prima il piacere, prima di tutto, sempre. Come ascoltarlo senza impazzire, senza trovarsi persi. Non lo so, me lo chiedo sempre piú spesso ed ho sempre meno risposte che abbiano un senso. Come se poi tutto abbia un senso di per se. Se non fosse tutta una presa in giro, questa vita piena di attimi, di momenti che passano. Cosa voglio, me lo sono chiesto spesso. Cosa riesco ad ottenere? Molte cose che tante persone potrebbero solo sognare, ma che rendono felici solo per brevi attimi. Eppure, sembra che sia l’unica cosa che riesco ad ottenere. Accontentarsi, forse é meglio cosi. Almeno é una vita varia, piena di avventure. Ma il cuore, come al solito, chiede solo il piacere.

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Bene

Adesso che mi riguardo indietro, dopo questi mesi cosi intensi, cosi pieni di entusiasmi, di paure, di amore, di viaggi, di incontri, mi viene da pensare ai fiori che sono rimasti e che sono appassiti. A quando il tuo telefono squilló e tu non potevi immaginare che io fossi riuscito a farteli avere, in quel paese cosi lontano, dai cieli scuri e controllati. Ed adesso é inutile che mi cerchi sotto il tavolo, o in uno dei risvolti della tua vita, perché io non ci sono piú. Ho preso qualche treno, qualche nave e certamente molti aerei. Ricordo quando giocavo con i tuoi occhi in quella stanza grande chiusa da tende pesanti e ti chiamavo mia, a quando ti baciai su quel divano, e sentivo il soffio della tua pazzia. Ed adesso puoi richiuderti nel buio della tua vita a rileggere e commentare i miei racconti, peró stai attenta a non tendermi la mano, che il braccio non lo voglio piú, ed i fiori in quel vaso, ormai appassiti sono tutto quel che resta e tutto quel che mai avrai. Eppure puoi chiamarmi ancora amore mio. Ed ancora per mille giorni, e mille anni sono sicuro che mi penserai, per quel sorriso ladro che ci dedicavamo ogni sera, ed ancora una volta mi dirai che non vuoi essere cambiata, che ti piaci come sei. Nel tuo silenzio, nella tua tristezza, nella vita buia nel tuo paese buio. Peró non mi confondere con niente e nessuno. Hai preso l’innocenza nei miei occhi, che é ogni giorno di meno, ma tanto che male c’é. Possiamo andare avanti, continuare questa vita come se niente fosse, verso quel mare dove io avrei voluto portarti e dove non andremo mai. Ed io continueró a chiamarti amore mio.

Il sole su Barcellona

Per un errore di prenotazione ho dovuto cambiare albergo, e quindi, invece del super moderno hotel al centro congressi, mi sono spostato in centro. Per un caso o per destino, mi hanno assegnato una camera all’ultimo piano con terrazzo e piscina privata. Da qui, alzandosi un poco sulle punte dei piedi, si vedono case, tetti, la Sagrada Familia in lontananza, le colline. L’aria é calda, c’é un bel sole che riscalda tra i grandi buolevards del centro. Palazzi antichi con dei bei balconi, gente ben vestita per strada, donne che lasciano un buon profumo dietro di loro. A volte ancora mi meraviglio dell’Europa, forse non dovrei. Cammino tra le strade con un maglioncino di filo addosso, mentre i locali sono stretti tra piumini invernali che non mi sembra vadano tanto bene con i 15 gradi del mattino ed il sole caldo del mediterraneo. Mi fermo a bere un’aranciata fresca con un panino enorme a 3,50 euro, gusto i sapori, chiudo gli occhi per un attimo. É una vita sballottolata, piena di incroci, piena di scelte. Riapro gli occhi e mi rendo conto di essere in mezzo a questo vortice di eventi, tirato un pochino da ogni parte. Mi chiedo cosa succeda in un paese lontano dagli occhi e dal cuore, e giá lo so, che in fondo, é tutto completamente inutile.

Tra Parigi e Barcellona

Lunedì mattina, tre ore di sonno. Gli occhi che si aprono a stento, le gambe che si muovono lente, un taxi che aspetta nel buio. Arrivo dopo qualche ora in un castello del 1700 fuori Parigi. L’aria è fresca, ma si sta bene anche all’aperto. Campagna bellissima come al solito in Francia, cibo eccellente, riunioni lunghe. Vado a dormire verso l’una di notte per risvegliarmi alle 4:30. Ancora il buio, un taxi nella notte ed un altro aereo che dopo qualche ora mi porta a Barcellona. Piove, ma si sta bene. La riunione inizia dopo
qualche minuto, si continua fino al tardo pomeriggio. Vado in camera e dal sedicesimo piano del grattacielo guardo il sole tramontare dietro il mediterraneo. Stamattina mi sveglia una luce forte, che si riflette nella stanza e riscalda l’aria. Ancora riunioni fino a tarda sera, guardo ogni tanto il mondo fuori passare. Il sole splende, qualcuno passeggia sul lungomare, io mi perdo nei miei sogni quotidiani. Tanto quello che è stato è lì nella memoria. Tutto il resto è solo pane quotidiano e biscotti al cioccolato.

Storie di ogni giorno

È notte fonda qui a Stoccolma, sono uscito, tornato, ho bevuto e sorriso. E non riesco a chiudere occhio. O meglio, non voglio chiudere gli occhi su un altro giorno che si spegne. Altrove le persone stanno dormendo, altre si staranno svegliando, altri ancora staranno per partire. Tutti in giro, tra l’Europa ed il resto del mondo. Io resto qui, nella stanza sul lago a guardare il mondo passare, indifferente ai suoni delle sirene. Come se poi fosse vero, come se poi a volte non mi chieda in che mondo vivo, dove sono, perché e come sono finito qui. Quello che so cerco di mantenerlo dentro, o di buttarlo in parole non dette, sguardi tristi nei bicchieri di caffè troppo grandi per contenere la mia rabbia e la mia disillusione. È una vita che gira intorno a cardini discordi, un’eclisse di pensieri discordanti che non mi porteranno mai da nessuna parte. Tanto da qua non si esce. Non potrai mai sfuggire da te stesso, nemmeno se sei Eddy Merckx.

Un ritorno da Londra

È così torniamo a Stoccolma, in un’altra notte che scende sul mare del Nord. L’aereo è come sempre pieno di uomini d’affari, o expat svedesi che sfuggono al “lagom” svedese nella capitale inglese. Ho letto da qualche parte che è la prima città al mondo per svedesi al di fuori del regno. Tutti i posti sono come al solito occupati. Che differenza con la scorsa settimana quando nell’aereo da Parigi c’erano si e no una decina di persone. Mi lascio dietro due giorni di riunioni e come al solito un mare di ricordi. Non c’è un aeroporto, un gate, una business lounge che non mi riporti indietro nel tempo. In qualche modo ricordo ogni telefonata fatta, ogni messaggio, ogni pensiero che mi sono portato dentro in questi ultimi mesi. Ora sono così, guardo di nuovo il mondo passare e mi sento come perso nei segni, con le tue speranze di vittoria. Ma il mio indirizzo è via del sopracciglio destro, e li tornerò.

Un viaggio a Londra

Gente che va, gente che viene. L’aeroporto di Stoccolma è stranamente semi-vuoto questa sera. Fuori è notte, le luci degli aerei in arrivo ed in partenza illuminano l’aria scura. Ancora neve sui cigli delle strade. Passo i controlli sicurezza in pochi secondi. Provo un nuovo profumo e trascino stanco la valigia e l’anima tra i corridoi intorno a gente che non conosco. La business lounge si spopola poco a poco, mentre gli ultimi voli della sera lasciano il regno di Svezia. Tra poco anche il mio partirà. Controllo passaporti, sono europeo, padrone del mondo, a stento lo guardano. Come se la mia barba ed anima scura fossero diverse da quelle di tante altre persone di questo mondo. L’aereo parte per Londra, attraversa un cielo nero come la pece per circa due ore finora quando le luci della capitale passano sul lato destro. Heatrow, terminal 2, appena aperto. Controllo passaporti automatico, gente che va, gente che viene. Ognuno solo sul cuore di questa terra. L’autista mi aspetta, ci conosciamo ormai, chiederà del mio cappotto canadese, lo fa sempre. Autostrade deserte, anima vuota. Un albergo all’incrocio di due autostrade, intorno solo campagna, dentro solo vuoto pneumatico. Il gin e tonic ormai quasi digerito. Chi sa dove sei, perduta nei segni, il questo mondo che pensiamo troppo grande, ma che è troppo piccolo per tenerlo in due mani. La vita sfugge, il silenzio avanza. Non c’è più niente da pensare, solo anima e parole. Sono finite anche quelle. Resta solo un’altra notte a guardare il vuoto, a stringere l’aria per non pensare al domani.