Cosa resterá

Poco fa mi é tornata in mente una canzone di tanti anni fa, “Cosa resterá di questi anni 80”, la ascoltavo probabilmente da bambino, o forse erano appena iniziate le scuole medie. Ricordo un giradischi, un 33 giri credo, con i vari successi del decennio. Ecco, pensavo a cosa resterá di questo 2014. Un anno confuso, con cambiamenti che fanno rimanere tutto allo stesso punto di partenza, una continua giravolta nel vuoto, che poi finisce che non tocchi mai terra. I giorni di Natale sono passati veloci in quel di Napoli, tanto tempo per dormire, forse anche per pensare, sicuramente per mangiare. Adesso Stoccolma é avvolta nel gelo, ieri -11, oggi solo -6 ma un sole forte. Gli alberi pieni di neve, i rami cristallizzati che diventano bianchi come alcuni alberi di Natale che si portavano anni fa. Intorno famiglie prese dalle compere per il fine d’anno, nonni che portano in giro i bambini. Il lago azzurro esce dalla nebbia ghiacciata al mattino, la torre del municipio spunta nella foschia con le tre corone dorate illuminate da un pallido sole. Un altro anno volge al termine, chi sa chi scatterá la fotografia.

Un mattino di Dicembre

La strada che porta in aeroporto è come un enorme serpente di luci che si snodano in una mattina nera, scura come la pece. Intorno poche case, luci a tratti, un aereo sta atterrando illuminando la notte scandinava. Continuo a guidare ascoltando musica di cui mi importa poco, il piede sull’acceleratore batte piano la strada, la mia ruota incollata sulla linea della mezzeria. Un taxi passa veloce accanto, qualcuno ci dorme dentro, chi sa quante volte ho fatto la stessa cosa, verso luoghi sconosciuti o di troppo ben noti. L’aria è fredda fuori, l’auto segnala ghiaccio per strada, tutto è così incredibilmente tranquillo. L’aeroporto è come al solito in funzione, orde di turisti da charter fanno la fila con le loro facce tutte uguali, molti in tuta, il passaporto nella mano, un segno di distinzione di noi cittadini del primo mondo. Alla turkish airlines il resto del mondo è in fila, per andare chi sa dove, per tornare chi sa da dove. Ripenso alle frontiere passate, a tutte le anime che ho incontrato in questi anni, e li vorrei poter portare tutti con me.

Cinque aerei in cinque giorni

Questo lungo viaggio inizia venerdi mattina, quando la cittá ancora dorme. Una doccia veloce sotto il getto forte e caldo che cade dal soffitto, i capelli che si asciugano velocemente con il phon, le valigie giá pronte come al solito nell’ingresso, un taxi fuori la porta. Il volo oltre l’oceano é silenzioso e comfortevole, alle 12:00 ora locale sono giá a New York, dove la fila piú corta della storia mi fa entrare negli USA in pochi minuti. Tempo di riunioni, e sono di nuovo in aeroporto. C’é un volo precedente al mio libero, e mi infilano lí. Anche qui nessuno ai controlli di sicurezza, passo in meno di due minuti. Un piccolo aereo ad elica vola sopra il cielo del Nord America, fino al lago Ontario. Atterro al piccolo city airport di Toronto, che si trova un’isola a poca distanza dalla terra ferma. Si prende un traghetto per arrivare in cittá e sei quasi in centro. Un tassista di origini eritree mi racconta dei suoi ultimi 30 anni in Canada, del padre che aveva vissuto in Italia, della vita. Il fine settimana passa e domenica pomeriggio, in un cielo freddo e limpido come solo certi cieli del nord del mondo possono essere, riparto per New York, affitto con notevoli problemi un’auto data la pochissima professionalitá degli addetti locali (ma ci siamo abituati), e guido verso sud. Tra grandi autostrade americane non troppo affollate arrivo a Philadelphia in serata, dove crollo su un letto alto e morbido. Il mattino seguente vado ad un mercato di fronte all’albergo, e finalmente mangio dopo quasi 24 ore una robusta colazione circondato da poliziotti che bevono caffé e parlano, un vecchio che beve la sua birra e persone che vanno e vengono in questo turbine di vita che sono gli Stati Uniti. Due giorni di riunioni intense in una Philadephia spazzata da un vento gelido, e si riparte. Ancora auto, autostrada, pioggia e cielo scuro fino a New York. L’aereo parte con un poco di ritardo per Zurigo martedi notte. Io arrivo al mio posto, indosso la mascherina ed i tappi per le orecchie, reclino il letto e mi risveglio direttamente quando stiamo sorvolando Basilea. Controllo passaporti, e come al solito mi sento in colpa per passare cosi, senza un pensiero, quando una stessa persona come me, solo perché nata nel restante 70% del mondo, non potrebbe passare. Sono di nuovo in Europa. Altre tre ore di viaggio ed atterro in una Atene piovosa ma non fredda, di cielo grigio e traffico. Oggi altra giornata di riunioni, telefonate, emails. Fermo nell’albergo guardo fuori la pioggia scendere leggera e poi a tratti pesante, le luci di Natale per le strade, ed ancora qualche email da scrivere.