La metá del mondo

Martedi sera lascio Tehran, un nuovo aereo interno, questa volta ancora peggio di quelli di lunedi, mi porta a sud, verso Esfahan, nell’Iran centrale. La cittá é stata la capitale per molti secoli, ed é una delle cittá piú importanti della nazione. Siamo in un albergo che é ospitato in un palazzo costruito 300 anni fa da un re per ospitare la madre. Come in molte costruzioni in Iran, appena passata la porta di ingresso ci si lascia alle spalle il caos ed il traffico delle strade, per ritrovarsi in un ambiente rilassato, silenzioso e fresco. É sera, la temperatura é scesa di molto, e faccio due passi nel giardino interno, dove tante famiglie stanno prendendo il te o mangiando. Le luci delle fontane risplendono nella notte in Persia, rumori di risate e di chiacchiere in lontananza. Gli alberi sono carichi di frutti, é come un piccolo giardino dell’Eden.

La mattina dopo mi sveglio presto, in quanto abbiamo solo due ore per fare un giro prima della mia presentazione. Ancora poche persone per strada, ma il sole inizia a picchiare forte. Ci dirigiamo verso la piazza di Naqsh-e Jahan. Costruita dallo shia diversi secoli fa, é immensa, e circondata da due moschee dalle cupole blu cobalto, bellissime. I minareti svettano verso il cielo azzurrissimo, e sulla sinistra quello che una volta era il palazzo reale. Poi, tutto intorno, il bazar al chiuso. Anziani uomini siedono su vecchie sedie all’esterno, donne velate di nero si muovono intorno alla piazza, qualcuno inizia ad aprire i negozi, ragazzi entrano nelle fontane per il lavoro di manutenzione mattutina. Potrebbe essere un qualunque altro posto del mondo.

Poi ci dirigiamo verso i famosi ponti che attraversano il fiume che divide in due la cittá. A causa del caldo e di una diga non c’é piú acqua da quasi due anni, ed é davvero strano vedere questo letto di fiume lasciato cosi, asciutto a separare una cittá che ormai l’acqua non bagna piú.

Per finire una passeggiata nelle principali strade dello shopping cittadino. Negozi, rosticcerie locali, pasticcerie dagli odori incredibili. Ragazze che camminano in coppia e ridono, donne, uomini, persone. Tutto ti circonda in una vertigine di emozioni. In persiano questa cittá viene anche definita come “Nesf-e-Jahan”, o la metá del mondo. Perché, dicono, se vieni qui, hai giá visto la metá del mondo. E mi sembra un bel punto di partenza.

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In giro per la province

Nel poco tempo libero riesco comunque a vedere un poco della capitale iraniana. Nel caveau della banca centrale si trovano i gioielli della corona, che lo shia ha lasciato prima di abbandonare il paese del 1979 a causa della rivoluzione. Poi il palazzo reale di Golestan, in cui sembra quasi di essere nel vecchio videogioco di “Prince of Persia”. Immagino chiunque sia della mia etá lo ricorda.

E poi si inizia a lasciare la capitale, per altre riunioni nelle principali provincie. I voli interni in Iran non sono proprio la cosa piú affascinante di questo viaggio. A causa delle sanzioni internazionali, infatti, é molto difficile, se non impossibile, importare pezzi di ricambio o comprare nuovi aeroplani. Quindi finisco per viaggiare in vecchi MD80 risalenti alla fine degli anni ´90, e penso addirittura di avere preso un Tupolev una volta. Ma forse preferisco non pensarci. Gli aerei sono davvero vecchi e mal messi, e non so se lo rifarei un’altra volta. Ma almeno sono qui a raccontarla.

La prima provincia che visito é a nord, quella dell´Azerbajdzjan, che ha lo stesso nome dello stato confinante. La capitale si chiama Tabriz, ed ospita uno dei piú antichi bazar al coperto del mondo, che riesco a visitare. Una cosa interessante che noto é come, essendo praticamente l’unico occidentale in visita, nessuno cerca di vendermi qualcosa, o mi tira da una parte o da un’altra come accade in Turchia o in altri paesi del medioriente. Mi guardano con aria di curiositá, e quando chiedo qualcosa (tradotta dai miei colleghi), sono pronti a rispondermi molto gentilmente, anche se non sono lí per comprare nulla. Questo é il posto piú famoso in Iran per i tappeti, ed é incredibile vedere cosa sono capaci di produrre, la qualitá delle tele… sembra di toccare una nuvola. Molti parlano turco come lingua nativa, e poi persiano. Mi si dice con un forte accento. Dall’albergo che ci ospita per un giorno si vedono le montagne di sfondo, pochi centinaia di chilometri ed inizia il caucaso, l’Armenia e la Georgia. Un altro mondo, lí a pochi passi, che quasi profuma d’Europa.

Alcuni giorni a Tehran

Il traffico di Tehran fa sembrare Napoli o Istanbul come due sonnacchiose città di provincia svedesi. Non esiste nessuna regola, ognuno guida come gli pare, alla velocità che ritiene più appropriata, e soprattutto cercando di schivare i pedoni che attraversano la strada in ogni momento. Mi sembra quasi ci sia una gara a non farli passare. Nessuno, assolutamente nessuno a parte poche anime pie rallentano quando qualcuno attraversa, che ci siano le strisce o meno. Noto che, nella maggioranza degli incroci, hanno completamente abbandonato l’idea dei semafori, che sono sempre sul giallo. Devo però dire che, nei pochi casi in cui questi funzionano, si fermano tutti. La cosa che colpisce é la quantità enorme di persone, lo smog, il traffico che blocca qualunque cosa. Negozi, bazar, persone, tutto é un continuo movimento, senza sosta. Ovviamente salta subito all’occhio come tutte le donne debbano portare il velo, ed una tunica che le copre sino a metà gamba. Donne e ragazze bellissime, dai tratti mediorientali, camminano nelle strade con veli colorati all’ultima moda, scarpe con i tacchi, trench colorati. Ognuno reinterpretata le regole come può. Anche qui, come ovunque, i vestiti fanno la differenza di classe, e donne più povere avvolte in lunghi teli neri, fanno da contrasto a donne d’affari in vestiti costosi, veli ricamati che lasciano scoperti gran parte dei capelli. Tutte truccatissime. Noto per strada come ci siano tante ragazze con il naso rifatto, o con il bendaggio di una operazione recente. Mi si dice sia l’ultima moda in Iran in fatto di bellezza femminile. Anche gli uomini hanno alcune imposizioni, come la mancanza della cravatta, che é vista dal governo come un qualcosa di occidentale, e per la maggioranza hanno vestiti sui colori del marrone con il colletto aperto. Gli uomini sono in genere più scuri di pelle, con tratti che ricordano lontanamente il sub-continente indiano. Le donne hanno la carnagione chiara, gli occhi dall’azzurro al verde al marrone, e questi tratti persiani che le rendono assolutamente bellissime.

L’ospitalità é incredibile. Non mi lasciano solo un momento, anche se mi sento molto al sicuro. L’isolamento della nazione negli ultimi trentacinque anni, ha fatto in modo che ci siano pochissimi stranieri in giro. Quindi più che ostilità, sento un enorme senso di curiosità da parte di tutti quelli che incontro, anche se pochissimi, quasi nessuno, parla inglese. Mi danno il benvenuto, mi chiedono di parlare bene della loro nazione quando vado via. Manca completamente lo spazio personale. Tutti ti guardano negli occhi, ti toccano, ti spingono, si fermano a parlare, ovviamente in persiano.

Internet é bloccato in molte applicazioni e pagine. Non posso nemmeno leggere i giornali italiani, ed ovviamente men che meno quelli inglesi. É difficilissimo trovare un wi-fi libero, l’albergo ti prende il passaporto quando arrivi per creare un database degli stranieri, ed addirittura in tutti i musei che visito segnano la nazionalità dei visitatori per controllare. A causa delle sanzioni nessuna carta di credito straniera funziona, quindi bisogna portare tutto in contati e cambiare in loco. La valuta locale soffre di un’inflazione enorme, e cambiano circa trenta euro divento subito milionario in valuta locale. Tutto avviene in contanti, mazzi di carte da mezzo milione di rials cambiano mano come se nulla fosse.

Una sera mi portano sulla terrazza di una torre enorme, da cui si vede tutta la città. Verso nord una barriera montuosa fa da confine alla capitale, dietro, dopo un centinaio di chilometri, il mar Caspio. Mi si racconta di piste da sci, case in montagna, ville al mare. Lontano, verso nord est, un’enorme picco innevato, il Davamand. La montagna più alta dell’Iran ad oltre 5000 metri. Sotto la torre una città enorme, tentacolare, avvolta da una continua nube si smog. Scenda la sera, milioni di luci si illuminano, è dato il clima desertico la temperatura scende d’improvviso, ma si sta bene senza la calura del giorno. Guardo le file interminabili di auto in coda sulle lunghissime e gigantesche autostrade, vedo le luci che si illuminano nelle case, e così, senza pensarci, dico al mio collega : ” chi sa quante persone si stanno innamorando in questo momento”. Continua….

Indietro nel tempo

Questa é una storia che inizia dalla fine. Mi sveglio mentre l’aereo tocca terra, intorno il deserto, sono le 5:29 del mattino ora locale. Sono partito poco più di un’ora prima, e dall’ingresso in aeroporto sono riuscito a raggiungere il mio posto sull’aereo in circa tre ore. All’uscita l’aria é calda, umida, come si addice ai paesi del golfo. A solo un’ora di aereo la sera era fresca, quasi ad aver bisogno di una giacca. Qui é tutto nuovo, luccicante, ricco e moderno. Li era come tornare indietro di almeno venti/trent’anni.

Ma andiamo ancora più indietro, a circa una settimana fa. Parto da Stoccolma, solita sosta a Dubai e poi ripartenza alle 4:00 del mattino, sembra essere diventata un’abitudine ultimamente. L’aereo atterra in una piana deserta, l’aria é fresca e piacevole, e quasi non te lo aspetti a questa latitudine a fine settembre. Il controllo passaporti é quasi indolore, un ragazzo più giovane di me guarda sullo schermo, inserisce il numero del visto, e mette un timbrino blu. Posso uscire. L’area bagagli é un bazar orientale in cui persone si urtano, parlano a voce alta, cercano i loro bagagli mentre dai vetri trasparenti parenti aspettano, guardano, sorridono a chi non vedono da tempo. Chi sa se erano le stesse le facce di chi partiva con i bastimenti per il sud America un secolo fa. Uscito non trovo il mio autista, e noto come ognuno mi fissa attento, altri mi passano vicino e mi guardano, si chiedono chi sia questo straniero che sembra come loro, ma che chiaramente non lo é. Sono le 5:30 del mattino, ed é tutto un vociare, un chiamarsi. Alla fine devo chiamare i miei colleghi, l’autista non si è presentato, ed in due minuti il mio nome é chiamato all’altoparlante. Mi hanno sistemando un altro autista, che ovviamente, come il 90% delle persone che incontrerò al di fuori del lavoro, non parla una parola di inglese. Entro in una macchina di produzione locale che ha visto tempi migliori, probabilmente venti anni fa, ed ad una velocità vicina a quella del suono (per i rumori di pezzi di metallo…) ci avviamo in autostrade deserte. La città arriva dopo poco, le regole della strada non esistono. Persone camminano sull’autostrada, altri si fermano così, altri attraversano le carreggiate di corsa.

Dopo un’ora arrivo in albergo e crollo dal sonno. La mattina, dopo forse dodici ore di sonno, mi sveglio con una luce potente dalle finestre. Siamo leggermente in collina. Dietro montagne altissime, brulle, non un albero in vista. Sotto, avvolta nello smog e nel caldo del giorno, appare Tehran. Continua…

Intorno al mondo

Il cielo si fa di un blu intenso in questa stagione, quasi cobalto. La sera torna ad arrivare, a farci ricordare del tempo che passa. Intanto l’estate non vuole andare via, continua a fare caldo anche durante il giorno, tanto da dover aprire le finestre. Il mondo rulla, i lavori qui fuori sono quasi finiti, ci sono da quando mi sono trasferito. Altrove, in tante altre nazioni, i miei colleghi continuano le loro vite. Ogni tanto, a volte ogni giorno, ci sentiamo per telefono e posso sentire il background dei clacsons di Beirut o del Cairo, il silenzio degli uffici di Riyadh, il sole che trapela dalle vetrate di Dubai. Sono tutti li a completare il loro lavoro, io qui su, in cima al mondo, a coordinare tutto questo. É una macchina complessa, piena di pezzi, di persone e di storie che si intrecciano. Mi immagino tutti quelli che conosco tornare a casa, oppure iniziare a lavorare allo stesso tempo, come i miei colleghi in Australia o a Singapore. É la vita che accade, la cura del tempo, una meraviglia ed allo stesso tempo una necessitá.

Le parole che non ti ho detto

Tornado da Barcellona, giovedi sera, in un aereo che piano passava sulla Francia del sud, avevo scritto un post che mi era piaciuto molto. Poi, mentre ero in attesa a Francoforte di un altro aereo per Stoccolma, mentre cercavo di pubblicarlo, l’ho invece cancellato dal telefono. Cosi per sbaglio. E tutte quelle parole, che potrei rimettere insieme in qualche modo, si sono perse nel caos degli 0 ed 1 digitali. Come tante parole e frasi che non abbiamo mai detto a persone che ci sono state care, o che non vedremo mai piú. Quante cose avremmo voluto dire nella nostra vita, ce le sentivamo lí sulla punta della lingua, e le abbiamo lasciate stare per un attimo, per poi perderle per sempre. Chi sa se esiste un posto dove le parole non dette vanno a rifugiarsi, a parlare tra loro ed a nascondersi bene guardandoti di sbiego da un angolo della strada. Che le parole non dette fanno finta di sparire, ma poi te le trovi nella testa quando meno te lo aspetti, in una bella giornata di Settembre.

Chissá dove sei

L’aria scendendo dall’aereo é calda, si sente quasi profumo di mare. Aeroporto enorme, modernissimo, pieno di persone che parlano, fanno la fila, comprano, guardano, parlano ancora. Mentre aspettavo la coincidenza a Monaco, in quell’aereoporto da cui non sono mai uscito, c’era di fronte a me una coppia di russi, tra i venti e trent’anni. Lei bellissima, ma di una bellezza quasi nascosta. La pelle chiarissima, quasi bianca. I capelli neri lunghissimi e mossi, bassina, e due occhi azzurri di ghiaccio. Lei se lo abbracciava, e gli toglieva i punti neri dal collo, con quelle piccole mani e le unghie laccate di rosso. Fanno la stessa cosa gli animali quando stanno insieme a volte, lo faceva anche lei, tanto tempo fa. Ed ora guardo le colline di Barcellona dalla mia stanza al ventunesimo piano di questo albergo modernissimo. Le scale interne sono aperte verso l’esterno, senza finestre e senza muri, e ci sono come dei giardini pensili che arrivano fino al tetto. Arriva un’aria calda dal mare non troppo lontano, in questo pomeriggio di settembre sul mediterraneo, quando fa ancora caldo, e la luce del sole illumina palazzi e grattacieli. E dovunque io sia, in questo mondo troppo piccolo, mi continuo a chiedere dove sei, cosa penseresti di questo albergo, di come mi divertivo, di come una parte di me non poteva fare a meno di adorarti. E come ho scritto qualche giorno fa, vorrei tanto che tu mi mancassi sempre di meno, lo vorrei fortissimamente, ma non ci riesco. Lo rifarei? Si. Mi sono mai perdonato? Mi sa di no. Penso di aver fatto la cosa giusta? Penso di si. E se la incontrate, ditele che la perdono per averla tradita. Chissá dove sei, perduta nei segni, con la tua sigaretta come una matita.