Realtá parallele

Lasciare il centro di Tallinn é già come fare un piccolo passo indietro nel tempo. Ci si lascia la città vecchia alle spalle, ed iniziano una serie di edifici in stile socialista, grandi strade alberate. Cambiano le persone, che diventano più dismesse negli abiti, nelle facce. Sugli autobus pubblici fondamentalmente persone anziane, qualche ubriaco, e persone di etnia russa. Si identificano abbastanza facilmente ancora prima di parlare, si nota una certa differenza e forse anche “indifferenza” con la popolazione estone. Almeno questa é l’impressione a prima vieta. Raggiungo la stazione degli autobus che sembra costruita trenta anni fa, ma da cui partono autobus nuovissimi, efficienti, con wireless internet a prezzi bassissimi. Ci dirigiamo verso sud, attraversando campagne e boschi che ricordano in qualche modo la Svezia, fino ad arrivare a Pärnu, l’autoproclamata capitale dell’estate estone. Peccato che l’estate qui sia finita, piove come se non ci fosse un domani, e c’é poca gente in giro. La cittadina ha dei palazzi molto belli in centro, anche se molti in semi-rovina. Per strada solo russi e finlandesi. Ma non quelli di città, quelli proprio di provincia estrema. Insomma il finlandese più white-trash che possa esistere. Si susseguono metallari, emo, e tantissime persone anziane in pantaloncini a pinocchietto, calzini corti e sandali che si riempiono di birra economica e carne alla brace. Smette di piovere ed esce un bel sole, e mi dirigo verso la spiaggia. Dal centro a quest’ultima é tutto un susseguirsi di case di legno incantevoli, giardini ben curati, piccoli ristoranti e bei parchi. La spiaggia é bellissima, di sabbia fine, lunghissima e tira un vento folle che rende il tutto molto suggestivo. Fa caldo, ma ci sono poche persone. Mi siedo su una torretta del bagnino a guardare il mare e mi metto a cantare “l’estate sta finendo” dei Righeira, mentre il vento mi passa veloce tra i capelli. In fondo alla spiaggia c’è il posto dei surfisti, e tanti ragazzi preparano le tavole, oppure si buttano in acqua. Lo spettacolo del kay-surfing (spero si scriva così) è molto bello, sembrano quasi i volare sull’acqua. La sera passo a farmi un giro in città, ma il venerdì sembra una riunione di alcolisti anonimi, gente che urla, locali dalla dubbia fama con luci stroboscopiche e musica dance anni ’80. Trovo un ristorante armeno che non sembra male, e quando entro mi rendo conto si parla solo russo. Intere famiglie a cenare, e noto come tutti gli uomini siano palestratissimi, rapati a zero e pieni di tatuaggi. Si fermano tutti quando entrò, ma non mi scoraggio, e mi siedo su un tavolino all’aperto a fianco ad un gruppo di finlandesi, che non sono ne ubriachi ne sembrano usciti da un film horror. Arriva la cameriera ucraina (dice di venire da Kiev) con un mini vestitino rosa affilatissimo e delle scarpe azzurre con i tacchi stratosferici. La cena è davvero ottima, e come al solito non costa nulla. Mente cammino tra le strade deserte sento da lontano musica dance e persone che parlano ad alta voce. La notte sarà una continua tempesta. Poi esce il sole, e gli alberi si colorano di un verde che sembra fatto con l’evidenziatore.

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