Vento del deserto

Lascio lunedi mattina una Stoccolma fredda, pioggia che cade leggera, +6 gradi sopra lo zero. Mi risveglio ed uscendo dall’aeroporto incontro il solito muro d’afa e di umido del golfo persico. Sono le 23:00, ed il termometro segna solo +38 gradi. Le gradi strade di Dubai mi sembrano come un qualcosa di ben noto e conosciuto, quasi non mi stupisco piú dei grattacieli che svettano nella notte del deserto, le luci, le insegne al neon in arabo, il negozio pachistano che si vede nella prima curva usciti dall’aeroporto. Passo le ultime giornate quasi tutte all’interno, l’aria condizionata é come un abbraccio gentile mentre fuori tira un vento incandescente, che fa muovere le onde e le cime delle palme. Ancora, dopo tanti anni di viaggi, mi sorprendo con felicitá alla bellezza e diversitá di questo mondo che ci ospita. A volte mi fermo davanti ad una finestra, il naso contro il vetro caldo, e mi guardo il mio riflesso sparire contro il mondo che c’é lí fuori. A volte, invece, potrei voler guardare dentro i miei pensieri. Chi sa cosa ci troverei.

Ed ora apro piano la finestra sul lago, guardo Stoccolma, ed ascolto “vento d’estate

Mezza estate

Stoccolma una cittá deserta in questi giorni, le strade senza persone, il sole che non tramonta mai, i negozi e ristoranti chiusi. Ho camminato e pensato molto, ma anche riposato, visto che ce ne era un poco bisogno dopo tanti impegni. Mi sono inoltrato nei viali alberati di Östermalm, nelle vie eleganti di Kungsholmen, per poi perdermi nelle strade vecchie circondate da palazzoni popolari qui a Södermalm. Per la strada qualche giovane, ma sopratutto tante persone anziane, qualche pazzo in libera uscita e molti alcolizzati, a festeggiare la festa piú importante dell’anno. Poi sono andato nelle periferie, tra i palazzoni anni 50-60, dove ora vivono solo immigrati, o tra le vie di campagna piene di ville, dove svedesi bianchi etnici, come amano chiamarsi, vivono isolati dal mondo, in un idillio che sa di casalinghe disperate, tanti soldi, vite appese alla prossima apertura del negozio di liquori statale. Tutto pulitissimo, economia che va alla grande, ordine e poi ancora ordine. Il sole tramonta piano tra i laghi mossi piano dal vento, barche a vela si muovono sull’acqua quasi senza toccarla, non si sente un rumore per chilometri. La giornata piú lunga é passata. Ora, pian piano, la luce inizierá a diminuire.

Le illusioni

Cosa fare di una settimana a Parigi? Arrivato domenica sera sono stato in riunione costante fino a praticamente ieri sera. Eppure, in una settimana come questa, in cui pensavo che avrei solo lavorato incessantemente, sono riuscito a perdermi di nuovo, ed a ritrovarmi in un mattina assolata in un albergo della Rive Gauche. Questa mattina, dopo una notte di sogni confusi, di voglia di abbandono e di oblio, ho visto il sole passare attraverso le finestre, le strade ancora semivuote, la città che dormiva. Nei giorni passati ho scritto, parlato, sorriso e fatto sorridere. E mi sono accorto che tutto questo non basta, niente é mai abbastanza. Non c’é mai tempo o spazio, o coraggio per affrontare il domani, soprattutto per chi vuole tutto e subito come me. Ed allora ti armi di pazienza, ma a volte hai solo una scelta, o adesso o mai più, che le distanze, le parole, le lingue, le storie, separano tutti gli uomini. Come monadi ci incontriamo e ci scontriamo in questa vita. Se solo sapessimo che alla fine le nostre molecole non si toccano mai, nemmeno quando ci baciamo o facciamo l’amore. Sono solo legami deboli di cariche ioniche che invece di toccarsi si respingono. É questo quello che siamo, e nell’attesa ci illudiamo che tutto sia diverso. Ma l’illusione é bella, crea un mondo in cui addormentarsi. Fino a quando non si é svegliati dal sole del primo mattino.

Giorni stoccolmesi

Le lunghe serate estive, i tramonti dietro Kungsholmen, l’aria che odora di mare al mattino, una passeggiata per Mariatorget piena di bambini che giocano, l’odore di caffè nell’aria. Guardo questi giorni di metà giugno passare come il dejavu di un sogno mai finito. Mi rigiro nel letto troppo grande e guardo fuori le macchine passare, cammino la notte tra le strade piene di persone, la terrazza di Mosebacke dietro casa, le luci colorate nel cielo che non riesce a fare scuro, i rumori di passi. L’estate si avvicina veloce, e con essa il sapere che le giornate torneranno a farsi più scure. Ogni tanto fa un caldo asfissiante, ed allora passeggio tra i vicoli acciottolati di Mariaberget, li il vento passa veloce tra le stradine in salita e discesa, tra le case vecchie. Mi fermo su una panchina a contemplare il silenzio della mattina presto, il fine settimana che finisce. Lascio la bellezza nostalgica di Stoccolma in un pomeriggio assolato di domenica. Nel mio albergo a Parigi, e lontano, dietro il sacro cuore, vedo i fulmini illuminare il cielo nero.

L’elogio della flessibilitá

Dove sono stato in questi giorni? Probabilmente troppi posti per poterli raccontare, troppe persone nuove incontrate. Era domenica l’ultima volta che ho scritto. Una bella domenica di sole caldo, di estate svedese. La stessa sera avrei capito alcune cose. Non che non le sapessi prima, ma diciamo che adesso mi sembrano un attimo piú chiare. Nella vita, quello che facciamo spesso, é incontrare persone. Tutto, alla fine, si riduce a come interagiamo con gli altri, e come ci proponiamo agli altri, a come gli altri ci percepiscono. Anche la scienza, che dovrebbe essere una cosa di per se oggettiva, finisce per diventare spesso influenzata dalle varie personalitá di chi la pratica. E vuoi parlare quanto vuoi di numeri e di coefficienti di errore, come spieghi le cose fa tanto la differenza. Siamo umani, fin troppo umani. Ed allora inizi a pensare a cosa fare quando incontri un’altra persona, che sia lavoro, amici, affetti, amore. Possiamo essere noi stessi, o alla fine la vince chi piú diventa flessibile per far credere agli altri di essere come loro? É una domanda che mi pongo in continuazione.