Una mattina a Stoccolma

È domenica mattina qui a Stoccolma, l’aria fresca della notte si è già mischiata con il caldo del giorno. Come ieri anche adesso il sole splende, sarà una nuova giornata bollente. Mariatorget è già piena di persone, bambini corrono felici sui prati verdissimi, qualcuno prende il sole, molti vanno a votare. Io ci sono appena stato. Di fronte a me un signore di mezza etá dà un pezzo di pane ai piccioni, mentre un papà prende per la mani un bambino che per poco non si tuffa nella fontana. Seduto all’ombra di un albero mi godo l’aria fresca mentre i raggi del sole passano fra le foglie illuminano a tratti lo schermo del telefono. È solo un’altra domenica di un altro fine settimana. Anche maggio sta per finire, e si avvicina una nuova estate. Ho rimesso i sandali, le camice di lino e gli occhiali da sole. Le strade di Stoccolma sono piene di persone che per un attimo ricordano ancora come si sorride. Lo dimenticheranno presto comunque. Mi guardo in giro. Una signora anziana si è seduta sulla panchina vicina, con l’accortezza di mettere un foglio di giornale sotto di lei. Un bambino biondo con la maglia della nazionale italiana corre con la sua mini bici dietro ai piccioni e davanti alla madre con un altro carrozzino. L’aria fresca sulla pelle, gli uccellini che cantano ed ogni tanto uno spruzzo d’acqua portato dal vento. Mi siedo qui ancora per un momento. La vita, li fuori, può anche aspettare un attimo.

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Tra due continenti

Domenica pomeriggio, in una giornata piena di sole e nuvole rotte sul cielo dell’Africa riparto per Johannesburg, e dopo una scalo di un paio d’ore riparto in direzione di Zurigo. L’aeroporto della capitale é molto diverso da quello di Città del Capo, che potrebbe sembrare quasi in Europa. Li si intravede forte l’Africa, anche nelle persone, nella lingua parlata, dove l’inglese diventa meno presente. Il volo della Swiss é lungo e silenzioso, durante tutta la notte sul cielo d’Africa. Senza saperlo, o forse facendo finta di non saperlo, sorvoliamo guerre, fame, speranze, vite, di un intero immenso continente. Noi si dorme li in alto, sotto tante vite di cui nessuno saprà mai nulla. Mi sveglia la luce del sole sui cieli di Genova, poi le Alpi, poi il silenzio e la perfezione Svizzera. Mi cambio e faccio una doccia al volo nella lounge della Swiss, e si riparte per Brussels. Vestito e ripulito, giacca e cravatta come se niente fosse, arrivo alle mie riunioni, questa volta a Leuven, piccola città universitaria non lontana dalla capitale. Il tempo é meraviglioso, sole e caldo. Gli studenti sembrano tutti impazziti, girano in sandali e pantaloncini, gonne cortissime e gambe così bianche e pallide che nemmeno nel nord della Finlandia. La sera sono tutti fuori a bere birra, a divertirsi ed a vivere. La sera scende tardi, e mi fermo per un attimo a guardare una vecchia chiesa medioevale fuori della finestra della mia stanza. Il vento fresco arriva da fuori, e mi sembra di ricordare giornate primaverili di tempi passati, quando fa dentro fa ancora un poco freschetto, ma c’é quell’aria di quiete della controra. Lavoro così dalla mia stanza per tutto martedì, mentre il vento fa muovere le foglie di un albero verdissimo. A volte chiudo gli occhi e mi piace sentire la brezza sulla pelle, sembra tutto quasi più dolce.

Un viaggio alla fine del mondo

Salgo in aereo a Dubai nella calda notte mediorientale, mi metto la mascherina e dormo. Mi sveglia una luce calda ed intensa il mattino dopo. Dal finestrino si vedono enormi spiagge bianche, scogliere, campi coltivati. Il tempo é variabile, e le montagne che circondano la città sono avvolte da nuvole, che lasciano trasparire i vari picchi, coperti da alberi. Le strade salgono e scendono, si guida a sinistra. Dopo essere saliti in cima lasciamo la città per inoltrarci lungo la costa. Sulla sinistra i dodici apostoli, picchi altissimi vicino al mare. Spiagge e baie si susseguono le une dopo le altre, un vento incredibile arriva dall’atlantico, il mare é cristallino ma pieno di onde, alcune anche alte. Continuiamo verso sud, tra babbuini fermi per strada, antilopi e strani uccelli che vengono chi sa da dove. Qui e li vigne coltivate, poi una township dove ancora vivono prevalentemente persone di colore. Il paesaggio é struggente, di una tale bellezza che sembra darti un pugno in faccia ad ogni curva. Non credo di aver visto niente di più maestoso nella mia vita. Mi dava un senso di nostalgia, come ti qualcosa che ho già visto in una vita passata. Quella luce, quell’intensità. Arriviamo alla fine della strada, la strada alla fine del mondo. É inverno, e ci sono poche persone. Si sale fino al faro, li dove una striscia di terra separa l’Atlantico dall’Oceano Indiano. Di fronte solo mare, la fine di ogni terra. Solo l’Antartide. Ti giri e davanti a te, verso nord, un intero continente. A sinistra, dietro una spiaggia dalle acque verdi, il capo di buona speranza. Si può mai chiamare con un nome più bello un posto tanto remoto? Chi sa cosa pensava Vasco de Gama, quando non c’erano cellulari, radio, gps… ed i suoi uomini. Chi sa quando hanno capito che l’Africa era finita, che potevano solo andare ad est. Dopo aver visto foche, pinguini e leoni marini, si torna al lavoro, per una tre giorni di riunioni ed incontri durante tutto il fine settimana. Ieri sera, prima di andare a dormire, mi fermo in giardino a guardare il cielo, e la vedo per la prima volta. Li sopra di me. La croce del sud, chiarissima nel cielo nero e terso. E chi sa se lo sai, ma sei l’unica persona che mi é venuta in mente mentre ero perso in tutta quella bellezza.

Pensieri sui cieli della Persia

Atterrato a Dubai da un paio d’ore, ho trovato un aeroporto stranamente quasi deserto. Poche persone in giro, i corridoi semivuoti, le lounges con tantissimo spazio. Probabilmente la maggioranza dei voli atterrerá verso mezzanotte, come al solito, per i cambi tra Asia-Australia ed Europa. Ho lasciato una Stoccolma fredda e quasi autunnale, per incontrare il solito muro di aria calda, bollente, del medioriente. Volando oggi pomeriggio sui cieli dell’Iran, ho visto un tramonto spettacolare. Sotto di noi tante piccole cittá tutte illuminate, chi sa quante vite, quante persone, quante storie da raccontare in questa vita. La Luna si alzava luminosissima nel cielo d’oriente, qualche stella, l’aereo silenzioso nella notte. A volte basta poco per sentirsi a posto con il mondo. Adesso sono ancora in aeroporto. Sono stato talmente tante volte a Dubai International, che ormai riconosco i posti. Ho anche la mia lounge preferita ed addirittura il mio tavolo. Molte persone che vanno ogni giorno al lavoro con i mezzi pubblici o in auto immagino abbiano simili routines, chi come me ha fatto della vita un viaggio si arrangia come puó. Ho anche alcuni ricordi, di aeroporti, incontri, risate, bevute di champagne, proprio qui dietro l’angolo da dove scrivo adesso. Mi basta chiudere gli occhi e vi rivedo tutti, vi porto tutti con me. Tutti i ricordi, le delusioni, gli amori, i baci, gli incontri, il sesso, le presentazioni, le lacrime. Non é sempre facile vivere quando si ha una memoria fotografica cosi dettagliata. Come avere l’album dei ricordi sempre a portata di mano.

Sweet home Chicago

Sono le 22 di notte dall’altra parte dell’Atlantico. Come in tutte le grandi cittá americane, anche se sono al ventottesimo piano di un grattacielo, si sentono in continuazione sirene, macchine, rumori. I grattacieli di fronte sono illuminati a sprazzi, alti condomini da 40-50 piani. Le strade di sotto si incrociano tutte ad angolo retto, e le auto si fermano a cadenza regolare ai semafori, per poi partire tutte insieme nelle grosse vie tutte a senso unico. Qui vicino l’enorme lago Michigan, ed il vento passa forte e freddo tra i palazzi e le strade. Sul “Magnificent Mile” ci sono tantissimi negozi, ristoranti, bar, persone che camminano a tutte le ore del giorno e della notte, mentre i grattacieli ed i palazzi in stile anni ’30 mi ricordano Gotham city, o un film con Al Capone. Questa é davvero, senza ombra di dubbio, la piú americana della cittá americane. Enorme, ma allo stesso tempo con un sapore di provincia, con quest’aria americana data dalle strada leggermente maltenute, i palazzi enormi, le insegne luminose. A pochi chilometri da qui, verso ovest, iniziano le grandi pianure. Giorni e giorni di cammino per poi arrivare alla montagne rocciose. New York é anche enorme, ma ancora si respira un senso misto di Europa, nei palazzi, nelle persone, nelle strade. Qui mi sembra completamente di essere in USA, cosi come te la aspetti. Si riesce ancora a camminare a piedi, ma le distanze aumentano, le strade si fanno piú oscure tra palazzi alti e senza entrate, sottopassi di metallo visti solo nelle scene del film Blues Brothers. É una terra di acciaio e cemento, di enormi pizze “Chicago style”, che sono praticamente delle torte rustiche riempite di tutto. La gente é cordiale, con quell’aria da mid-west meno aggressiva della costa Est. Sono arrivato venerdi, tre giorni di riunioni, ma anche delle belle passeggiate. Un giorno mi sono allungato fino a Union Station, dove partivano praticamente tutti i treni per l’Ovest, e mi sono ritrovato sulla scala dove hanno girato il film “gli intoccabili”. Tutto, esattamente come lo ricordavo. La metropolitana, in molti punti, passa in superfice su ponti di acciaio e bulloni, ed immagino molti ricordino scene simili in E.R. (il telefilm), o appunto il film Blues Brothers. Nonostante sia penso la quattordicesima volta che vengo in USA, come ogni volta si trovi qualche riferimento a posti visti nei film, o piú in generale nell’immaginario collettivo. Una sirena passa lontano, persone per strade piccole piccole, lí in fondo, mentre il sole sta piano sorgendo adesso sul cielo di Stoccolma.