Milano

Esco dall’aeroporto di Linate mentre della neve mista a pioggia cade copiosa su una città grigia. Poco traffico, mentre la macchina si muove tra i viali. Un suono ovattato arriva dietro i finestrini, solo il ticchettio della pioggia dietro i vetri. Pranzo in un piccolo bar con un panino riscaldato, mentre tante persone arrivano per la pausa pranzo. La barista di origini asiatiche saluta tutti, il tono della voce nel locale é alto, i pensieri non riescono a non mischiarsi con tutti i discorsi che mi girano intorno. Dopo un pomeriggio di riunioni arrivo in albergo, la tassista con il suo fare milanese si lamenta per tutto il tempo delle altre macchine, parla, chiede, insomma fa un pochino tutto lei. Io la lascio parlare e sorrido dietro la barba che in questi giorni mi è cresciuta un poco troppo lunga. In albergo una svariata umanità, dagli uomini d’affari vestiti di tutto punto che si parlano gli uni sugli altri, tutti attorno a quello che é probabilmente il loro capo, un uomo sulla settantina dà ordini a destra ed a manca. Poco più in la altri uomini d’affari asiatici, che dai vestiti ricercatissimi e gli accessori sembrano lavorare nella moda. Ad un altro tavolo un uomo sulla sessantina parla in napoletano stretto, anche lui dando ordini ai suoi sottoposti. La pioggia non ha intenzione di smettere, ed un altro taxi mi porta a cena da una vecchia amica, mentre parla a telefono di quanto illegale sia il nuovo servizio di Uber, ovviamente mischiando tante cose non vere. Mi porta comunque a destinazione in tempo, ed una cosa che noto é come il servizio taxi funzioni molto bene in tutta la città, anche se con le sue contraddizioni. La notte passa veloce e la colazione é piena di cose dolci. Nascoste dietro un angolo anche uova e salsicce, che trovo eccezionalmente buone, ma non é difficile essere meglio dei korv di plastica radioattivi che si mangiano in Scandinavia. L’aeroporto é come al solito leggermente claustrofobico, gli addetti scostanti, e mi meraviglio di come una città ricca ed importante come Milano possa avere degli aeroporti così. La città mi ha lasciato, come altre volte, un senso di bellezza inespressa. Ogni tanto dei palazzi bellissimi, chiese medioevali, rovine romane e finestre in alluminio anodizzato anni ’70. Piccoli bar, con le luci al neon e sedie di plastica, cibo che sembra essere li da almeno vent’anni. Poi tanti ristoranti, osterie, cibo etnico. Pensi quasi di essere in Europa, ma nell’aria si sente un lontano odore d’Italia.

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La vita quotidiana

Mi ricordo di giorni in cui si andava in giro con la macchina a scoprire le periferie di Stoccolma. Quelle in cui vive la maggioranza della popolazione, condomini su condomini che si alzano su foreste o zone industriali, nessun negozio nel raggio di chilometri che non sia il supermercato, il silenzio nelle strade interrotto solo dall’autobus che porta alla piú vicina fermata della metropolitana. Da li ci vogliono solo 20 minuti per la cittá, ti viene detto, é quasi in centro. E poi qui c’é la natura, ti continuano a dire. Ci pensavo stamattina, quando mi sono svegliato piú presto del solito, e non avevo tanta voglia di mettermi a leggere il giornale come faccio spesso nel fine settimana. Allora ho preso l’auto ed ho iniziato a guidare, fino a quando la strada non finisce mi sono detto. Quindi verso est, Nacka, e poi Värmdö, verso l’arcipelago stoccolmese. É un’area molto grande, che piace a molti (io non ci vado matto), prevalentemente “svedese etnica” come dicono i locali, cioé di stranieri se ne vedono pochi. Un vero paradiso, ti diranno in molti. Foreste, isolotti, casette rosse, tantissimo silenzio, quasi campagna.

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Su 50 km di strada ho incontrato solo due supermercati ed un paio di caffé. Poi tutto chiuso, per l’inverno. D’estate, ti dicono, é tutto bellissimo, in quei due-tre mesi c’é tanta vita. Ci sono stato, non é poi tanto vero. Ma é qui, nel silenzio, nell’isolamento, in questa natura bella e terribilmente melanconica che si cela l’anima profonda della Svezia. Poche case, distanti l’una dall’altra, nessuno per strada a parte qualche sciatore che si intravede per il giubbotto rosso nella neve. Le persone spendono il loro tempo fondamentalmente in casa, con la famiglia, dediti ad interessi personali. Arrivato alla fine della strada c’era il molo, con le navi che partono per le isole non raggiungibili dalla terraferma, dicono essere migliaia.

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Sono tutte uguali, identiche, omogenee, quasi secondo standard, come tutto in questa nazione, dai rubinetti alle porte. L’anima della Svezia, mi hanno detto molti amici locali, si trova nelle foreste, in questi alberi bianchi e sottili tutti identici, che si stagliano verso l’alto senza mai quasi toccarsi; nelle foreste infinite e silenziose, dove puoi camminare per ore senza incontrare animo umano. Dove l’unico rumore é quello delle foglie in autunno, o dei passi sulla neve in inverno, dove la natura é rigogliosa, pulita, perfetta, identica, di una bellezza piena di introspezione. Basta guardare, a volte, un film di Bergman per trovare questo stesso animo, il mare fuori che fischia, il vento che fa muovere le foglie.

Fermo sul molo a guardare il mare, il vento mi passava tra i capelli gelato, arruffando il cappuccio della giacca. Una macchina arriva piano, un padre porta il figlio a guidare come prova prima dell’esame. Girano alla rotonda e tornano indietro, lasciandomi lí con le papere che camminano beate sul ghiaccio che si é formato a riva. In fondo, su un’isola, ci sono alcune casette, forse ci abita qualcuno tutto l’anno mi chiedo, o saranno l’idillio estivo di qualche “svedese etnico” (come si dice da queste parti), che in estate si alza presto, ed a piedi scalzi prende la sua tazza di caffé bollente nel mattino ancora gelido. Me le ricordo quelle mattine, l’aria é tersa e frizzante, il sole é sorto giá da ore, intorno solo il silenzio. C’é talmente tanto spazio tra il mare e la terra che nemmeno le anime devono toccarsi, si ritrova la pace ti dicono, dalla vita stressante dalla megalopoli Stoccolma, ti dicono ancora.

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Tornando indietro, l’unico ristorante che trovo é una catena fast-food onnipresente, Max, che tra l’altro mi piace pure. Famiglie con bambini vanno li a pranzare per far uscire i figli, mangiano hamburger e patate fritte. Anche volendo non ci sarebbe altro fino a Stoccolma centro, a parte forse qualche pizzeria/kebab di immigrati mediorentali. Ma loro sono bravi ti diranno, e vivono nelle palazzine di edilizia popolare un po’ fuori il centro abitato. All’improvviso esce la mascotte della catena, una tigre arancione. Presa per la mano da una delle addette fa un giro dei tavoli. I bambini strabuzzano gli occhi, qualcuno gli dá anche una mano, sembrano molto felici. Nessuno comunque urla, o parla ad alta voce. É tutto un sottofondo di mascelle che affondano nel pane morbido, che scricchiolano patatine fritte, che si affogano nel ketchup. Fuori tutti riprendono la loro auto, c’é un supermercato, un ingrosso di materiale da costruzione per divertirsi a riparare (eternamente) casa, e poco piú. In fondo, una volta che sei al supermercato trovi tutto, dal cibo, ai fiori, alla cancelleria, alla posta e finanche i mobili a volte. Hai tutto per i tuoi beni materiali mi viene detto, e non c’é bisogno di molto di piú.

Libertango

Stoccolma, una sera di gennaio di un martedí sera qualsiasi. Dalla finestra ormai ci sono pochissime auto, poca neve, il buio che regna perenne. Ho alcuni, pochi piatti da lavare in cucina, la lavatrice é appena terminata. Ancora una volta lo stendino da aprire in salotto, ed i vestiti che si asciugheranno naturalmente al tepore di questa casa scandinava. Dove non fa mai freddo, tutto l’anno, anche quando fuori sono -20. Tutto costante, uguale, immutabile, di una sicurezza cosi avvolgente da sembrare quasi paurosa. Allora mi porto con lo sguardo vicino alla finestra, ed ascolto Astor Piazzolla. E passa cosí un’altra sera. Se stasera volete farmi compagnia, ovunque voi siate nel mondo, guardate anche voi fuori dalla finestra, ascoltate la stessa musica. Chi sa a cosa penserete.

I gesti quotidiani

Pochi minuti fa ero in cucina, intento a preparare la cena. Luci basse che riflettono contro le mattonelle, rimbalzano sul ripiano di legno di ciliegio, si riflettono sul piano di cottura. Nero, vetro. Intorno, nelle case vicine, questo silenzio incombente delle case svedesi, e pensare che vivo in pienissimo centro. Nell’aria Frank Sinatra. Svuotavo la lavastoviglie, ed ho pensato a quante volte ho preso quegli stessi piatti e bicchieri, usati, riusati, lavati, rimessi a posto. Ogni giorno centinaia, forse migliaia di gesti quotidiani che si ripetono come in un ritornello che non smette mai, come una musica di sottofondo. Ed a volte finisce che anche la vita finisca il quel rumore di fondo, di bicchieri che si tolgono da una lavastoviglie, dell’acqua che bolle sul fornello, del bollitore, dei passi sul parquet. E quante volte ho finito per perdermi in quel rumore di fondo, quante volte lo abbiamo fatto. Ho ripensato ai sorrisi che non sono stato capace di dare, agli abbracci che ho stretto a me invece di darli a chi ne aveva bisogno, e sono tutti persi, come un altro piatto da lavare nel silenzio del lunedi sera. Questa sera, solo per un attimo, vorrei ridarli tutti, ad uno ad uno, perché anche questo giorno sia speciale, come tutti quelli che mi hanno dato coloro che ho amato.

Amarsi un po´

Appena tornato da Dubai dopo un viaggio di lavoro di cinque giorni, la testa semivuota dal volo di sette ore piú tre di fuso orario. Abbiamo parlato di tante cose molte interessanti, incontrato persone, ascoltato seminari, prese come al solito decisioni sul futuro. Mi piace a volte osservare i miei colleghi, vedere nei loro occhi le varie culture della via della seta, dall’est, quasi in Cina, passando per tutti i paesi del medioriente, fino al mediterraneo. Penso a come la storia sia passata su queste nazioni, a come tanto della cultura del mondo in cui viviamo viene da qui, e vive adesso nei loro sorrisi, nel loro affabile modo di fare, in quel senso di comunitá che ti abbraccia a lavorare in questa parte del mondo. Adesso guardo fuori, neve ovunque, tutto bianco. Chiudo gli occhi. Solo ieri sera camminavo in maniche di camicia all’aperto. Stranamente, penso per la prima volta, non ho sofferto il caldo asfissiante ed umido del Golfo Persico. C’era un’aria che profumava di alberi, di fiori, quasi di mare. Poca foschia, i grattacieli illuminati a fare sfondo contro il deserto. In volo, come sempre, nascono pensieri profondi, e non ho ancora capito, a dire il vero, se sia dovuto all’altitudine, o alla cronica mancanza di sonno per settimane di lavoro in cui non riesco a riposare piú di 4-5 ore a notte. Guardando fuori dal finestrino una coltre di nubi bianchissime, a separare un cielo azzurro pennerello sui cieli della Persia. Davanti un film, uno qualunque, perché il tempo passi tra il sonno del fuso orario che si scioglie addosso per l’ennesima volta. Amarsi un po´, é un po´ fiorire pensavo mentre gli occhi si chiudevano dal sonno.

Il migliore dei mondi possibili

Anche se con un notevole ritardo, sembrerebbe arrivato anche qui l’inverno. Oggi -7 gradi, neve ovunque e tutto il resto che accompagna questi piacevoli giorni alle latitudini nordiche. Che poi questa neve e questo freddo non mi erano per niente mancati. Vuoi mettere uscire a 2-3 gradi (addirittura 8 la settimana scorsa), nessun ghiaccio bastardo che ti attende agli angoli dei marciapiedi, il non dover indossare piumini cappelli e guanti? Davvero, non vi fidate di quelli a cui piace la neve ed il freddo, spesso (ma non tutti) ripetono solo i mantra degli autoctoni che si devono pur convincere per poter (soprav)vivere in un posto in cui l’inverno dura per 6 mesi l’anno. In ogni modo, questo inizio d’anno é partito alla lenta, quasi come un motore diesel che appunto ha bisogno di un poco di tempo per riscaldarsi. Sono stati giorni interessanti, e fa sempre piacere riscoprire se stessi e le proprie potenzialitá. Intanto le notti continuano a scendere presto, si visitano mostre, musei, ristoranti e si spendono soldi per cocktail carissimi ed annacquati. Non ho ancora ben capito se siamo nel migliore dei mondi possibili, ma sicuramente non credo che ce ne faranno provare altri.

Pensieri che vanno e vengono

Un fine settimana molto lungo, anche qui in Svezia, con un’altra giornata di festa domani. Nonostante abbia lavorato qualche ora qui e li durante le feste e negli ultimi due giorni, mi sembra di essere mancato per mesi dal lavoro. Chi sa, forse ogni tanto fa bene. In questi giorni ho ripensato al mio 2013, che é stato molto duro da alcuni punti di vista, con tante cose che sarebbero potute andare molto meglio. Ho viaggiato tantissimo, di piú che in tutta la mia vita, e fatti piú chilometri in aereo di quanti ne abbia penso mai fatto prima. Sono arrivato a contare 28 nazioni diverse, piú di otto viaggi intercontinentali (o almeno sopra le 7 ore di volo), tanti di quegli stampi sul passaporto da usare la metá delle pagine. Ho avuto la possibilitá di vedere posti incredibili, incontrare persone con una storia lontanissima dalla mia, ho aperto i miei occhi al mondo, e questo mi ha aperto ancora di piú la mente sulla nostra natura di essere umani. Ci sentiamo cosi diversi, siamo cosi simili in tante cose. Ci sono tante culture ed ambienti diversi, eppure finiamo per cercare spesso le stesse cose, anche se in modo completamente diverso. Se c’é qualcosa che secondo me andrebbe fatto per volerci tutti un pochino piú bene in questo mondo, sarebbe quello di far viaggiare le persone piú giovani, aprirli alla bellezza della diversitá, ed al fatto che il brevetto sulla bellezza non ce lo ha nessuno, in nessun posto del mondo, nessuno escluso. Sarebbe, forse, un mondo migliore.