Un canto di Natale

Queste vacanze natalizie sono passate come un battito di ciglia, ma mi hanno lasciato dentro un peso grosso come un macigno. Non ho avuto molto da fare, anche perché ormai, dopo tanti anni, le persone vanno via, altre cambiano, i legami si allentano. Ed allora capisci ancora di più di come la tua vita sia completamente altrove. Non sono poi nemmeno molto legato alle tradizioni. Mettici che la città di Napoli é un posto che mi dice poco, e quindi si innesca un cocktail fatale di riposo eccessivo e di troppi pensieri. Ora, mentre scrivo, l’aereo sorvola la Germania settentrionale, casolari, campagne, nuvole sparso e sole opaco li sull’orizzonte. Mi é venuto molto da pensare, ed anche da riflettere su come, a volte, io mi lasci trasportare dalle cose senza troppo pensarci, e di come finisco per far male a me, ed a volte agli altri. Anche quando non vorrei nulla di tutta questo. In fondo, chi non mi conosce o è invidioso mi tratteggia come una persona senza cuore, ma ahimè, purtroppo si sbagliano. Non che la cosa alla fine mi interessi più di tanto. Bisogna avere una corazza d’acciaio in questa vita di attimi troppo veloci. Ma sicuramente ho capito tanto, cosa voglio, cosa posso ottenere, quanto devo dare. E così alla fine sono addirittura riuscito a parlare con chiara e dolce fermezza con i miei genitori, ho iniziato a tagliare rami che erano diventati secchi troppo in fretta, ed in parte ho capito il valore di un sorriso. Ho rincontrato persone a cui voglio bene quasi quanto a me stesso, e capito, come se non lo sapessi già, di quanto l’amore non basta quando si hanno visioni opposte della vita. O meglio, quando ci si illude di averle per rimanere attaccati ad un cordone ombelicale che si ha paura di lasciare del tutto. Invece la vita va avanti ogni giorno come questo aereo, come questo sole che scende sempre più veloce nella notte precoce del nord Europa. Ho avuto un abbraccio lungo un giorno, che mi mancava come l’aria quando sei sott’acqua, ed ho capito quanto l’amore sia un sentimento completamente incontrollabile, di quanto ne abbiamo bisogno, di quanto ne possiamo dare se solo vogliamo. Ci sono fantasmi dei Natali passati che mi rincorrono lenti, ci sono fantasmi dei Natali presenti che mi accompagnano nei giorni, e ci sono fantasmi dei Natali futuri. Questi sono più subdoli, perché ognuno cerca di dipingerteli a modo suo, chi senza riflettere troppo, chi per cattiveria, chi perché di fantasmi ha già i suoi da cui scappare. Io invece, li vedo come infine possibilità, come uno sprono a fondare una casa. Che non sia un posto di mattoni, luci alle finestre e divani, ma che sia una casa dentro se stessi. Perché i gerani, come scrissi una volta, fioriscono sui balconi di tutte le latitudini. E continuo a dire a me stesso che il mondo é un posto meraviglioso.

Vigilia

Venerdi sera sono tornato in Italia, per le vacanze di Natale. In aeroporto a Monaco, centinaia di persone, la solita umanitá che vedo ormai da otto anni. Aumentano in genere i ragazzi tra i 25 ed i 35 anni, che compongono la metá dell’aereo. Tutti napoletani che sono andati a lavorare fuori, ormai non li conto nemmeno piú. Ma alla fine é meglio cosi, almeno si sono salvati da questa cittá tremenda. Poi le poche coppie miste con bambini, quelle non so perché si vedono di piú in estate. Una piccola parte, che noto invece in diminuzione, sono uomini tra i 40 ed i 60, in genere parlano napoletano in maniera sguaiata, urlano allegramente di tutte le salsicce che si devono mangiare, mandano a quel paese i tedeschi con cui lavorano, si atteggiano da cammorristielli e danno fastidio. Il resto sono pochissimi turisti e qualche persona piú anziana. E cosi, per migliaia di persone, si svolge anche quest’anno il pellegrinaggio verso pandori, struffoli e spaghetti con le vongole. Un’intera parte di una nazione una volta industrializzata, che ormai vede una buona fetta della propria popolazione solo nelle feste comandate. C’é chi non vede l’ora di tornare, ancora legato agli amici, quelli che vengono solo per salutare la famiglia (tipo me), quelli che si struggono davvero, e quelli che non vedono l’ora di andarsene ma non lo danno a vedere. Quanto a me, per far passare il tempo, ho giá comprato 150 SEK di giochi per l’iPad, almeno ho qualcosa da fare per far passare i giorni. Mi sento come intrappolato in una realtá parallela che non mi appartiene, come Alice caduta in un buco vedo cose che non mi spiego piú, e che soprattutto non voglio spiegarmi piú. I giorni passano veloci, come le donnine seminude in qualunque programma TV. Non mi manca la Svezia, e non sono a casa qui. Mi aggiro nella vita come in un limbo, con due paesi che mi danno due passaporti per andare via lontano, e nessuno che mi tenga una mano per farmi sentire a casa. E capisci che eravamo fatti per incontrarci, ma restare uniti era una chimera. Ma odiarsi mai, per chi si é amato come noi.

Una sera a Beirut

Sabato pomeriggio, dopo una mattina di lavoro, sono andato in aeroporto a Beirut per tornare a casa. Visto il grande freddo (circa 5 gradi), le scuole sono state chiuse, c’erano pochissime persone per strada e stranamente non c’era nemmeno traffico. Le montagne in lontananza erano piene di neve, verso il monte Libano si scorgevano picchi innevati, alti. A pensarci che dietro c’é la guerra in Siria, e poi migliaia di chilometri di deserto arabico. L’aeroporto di Beirut é abbastanza piccolo, e proprio sul mare. Il sole iniziava a fare capolino tra le nuvole, potevo vedere aerei partire ed atterrare sullo sfondo del mediterraneo. Era tutto cosi pacifico, cosi serenamente invernale come una giornata di sole a gennaio in Italia. L’aereo é poi partito lento, lasciandosi dietro agglomerati di case l’una sull’altra sulle colline di Beirut. Tanta vita, tante persone lí sotto. Il venerdi sera dei colleghi mi hanno portato in un bar che si trova vicino a quella che una volta era la linea verde, il confine della guerra civile. Adesso ci sono ristoranti e bar, dove si beve, ci si incontra si parla. É uno strano incontro tra oriente ed occidente. A pochi chilometri di distanza questo non sarebbe possibile. Nel locale c’era appeso in alto un vecchio cartello in legno, ancora segnato dai colpi di fucile. Molti palazzi sono ancora cosi nel centro, ma la gente cammina, sogna, parla, viaggia, mangia, ride, si innamora. La resistenza umana, la voglia di continuare ad andare avanti, é una cosa che mi affascina sempre di piú.

Mediterraneo

Ieri un altro dei miei soliti viaggi fantozziani con la mia “amata” Turkish Airlines. C’é neve ad Istanbul, ed il mio aereo parte con circa quattro ore di ritardo visto il tardo arrivo dalla capitale turca. Come al solito questi aerei sono pieni di un’umanitá diversa, per lo piú immigrati mediorientali che tornano a casa per visite familiari. Quindi milioni di bambini urlanti e piangenti, vecchine tenerissime avvolte in scialli neri o colorati, uomini anziani con il sorriso sulle labbra pensando alla famiglia che tra poco vedranno, matrone ingioiellate con scialli tigrati, ragazze strette in vestitini improbabili, altre con degli occhi mediorentali profondissimi, uomini vestiti male con i calzini bianchi di spugna e scarpe di suola. E poi pacchi immensi, valigie giganti, caos nel corridoio, tutti che si alzano in qualsiasi momento, ragazzi delle periferie di Stoccolma che pensano di vivere in un sobborgo americano e si credono rappers. C’é sempre un caldo pazzesco in questi aerei, con il riscaldamento al massimo, e gli operatori di bordo, abituati a dover domare folle immense, non si fanno molti problemi ad essere rudi o a dimenticarsi di darti un bicchiere d’acqua. Ed ovviamente sono sempre in ritardo cronico, dovuto principalmente al fatto che la Turkish ha avuto un’espansione enorme negli ultimi anni, e l’aeroporto é molto vecchio. Tra l’altro hanno tutti il cellulare acceso, gente che chiama la mamma, chi risponde seccato alla moglie, tutto mentre si é in volo o in atterragio. Arrivati in qualche modo ad Istanbul ovviamente il mio secondo volo é in ritardo, solo due ore questa volta. La lounge é bellissima come sempre, cibo eccezionale, frutta, formaggi, c’é anche la pizzeria. A volte penso valga la pena viaggare con Turkish solo per fermarsi un pochino lí. Verso le 23:00 riusciamo a lasciare la Turchia. Tutti chiacchierano e ridono in aereo, quasi tutti mi parlano in arabo ed io sorrido. Bambini urlanti ed uomini di mezz’etá che giocano con i loro cellulari saranno la colonna sonora di due ore sul mediterraneo in cui dormire é un’illusione. A parte il caldo da sauna. All’atterraggio ovviamente tutti si alzano mentre siamo ancora sulla pista, molti chiamano la mamma, soprattutto le donne sulla cinquantina. Non so perché, questa cosa mi ricorda sempre mia madre quando mia nonna era ancora viva. Arrivo in albergo verso le 2:00 di notte. Fa freddo, ha nevicato in tutto il medioriente, e l’aria é umida. L’atmosfera del mediterraneo mi arriva forte con il colore del mare nero sulla destra, mentre scorrono strade sgarrupate, soldati agli angoli delle strade come al solito, sopraelevate che passano a pochi mentre dalla casa della signora che dorme lí di fianco. La stanza é fredda, arriva l’umido da fuori. Come da protocollo a Napoli il bagno é gelido, nella stanchezza sono sicuro di aver visto dei pinguini nella vasca da bagno. La mattina una colazione con del pane alle olive eccezionale, tutto ha un sapore divino, anche il latte ha un sapore vero. Sará che sono abituato al cibo di plastica del nord Europa, ma é come se tutte le mie papille gustative si sveglino contemporaneamente. Beirut é coperta da un cielo grigio che profuma di mare, ed io dopo circa 5 ore di sonno mi metto la mia camicia bianca, la cravatta si annoda da sola. Salgo sul palco di fronte a centinaia di persone. E le parole vanno, il sorriso pure.

Un momento nel mondo

La luce scende velocemente su questo cielo grigio piombo. Oltre la pista, li giù, cime di alberi ancora verdi, nessun uccello in cielo, saranno tutti emigrati verso sud. L’aeroporto é silenzioso, nonostante sia nel mezzo del giorno. Le hostess della business lounge ormai mi conoscono, si arriva addirittura a scambiare qualche cenno di saluto, una domanda sui prossimi viaggi. L’orologio riporta le ore nel mondo, e me tre il giorno é appena iniziato a New York siamo qui in attesa di una notte precoce, mentre anche a Tokyo i bambini staranno per andare a dormire.

Un fine settimana a Malmö

É stato indubbiamente un fine settimana pieno di sorprese l’idea era quella di andare a Malmö, nel sud della Svezia, e passare qualche giorno tra le due sponde dell’Öresund. Venerdì sera una tempesta di neve si abbattuta sulla Sveiza, e la SAS ha cancellato praticamente tutti i voli. La serata ad Arlanda non é stata priva di inconvenienti, dovuti anche al fatto che, nonostante il disagio fosse stato previsto, la compagnia aerea aveva solo due persone a gestire centinaia di passeggeri. Probabilmente essendo venerdì era meglio non scomodare altri lavoratori sindacalizzati, perché il dipendente qua é sacro, l’utente molto meno. In ogni modo alla fine me ne sono tornò a casa, e sono riuscito a contattare un agente SAS con la loro che on-line, visto che al telefono era impossibil viste le code infinite. Qui si rifiutano di aiutarmi perché devo chiamare, ma appena faccio sapere di aver fatto uno screen-shot della nostra conversazione ed aver detto che mettevo la cosa su Facebook, il circa 10 secondi ero stato riprotetto su un volo il giorno dopo via Helsinki. Il sabato, dopo cinque ore di sonno, si riparte per Helsinki e qui convinco il gate di imbarcarmi per un volo precedente per Copenhagen. Alla fine arrivo a Malmö verso le 13:00…. niente male! La giornata é molto bella ma fredda, con un cielo azzurro e cristallino nel cielo. Ero stato qui varie altre volte, e la città si dimostra carina, estremamente piccola, con una zona commerciale molto limitata e poche cose da vedere. Sono stato bene, ma davvero non saprei cosa farci per più di due giorni…. a parte andare a Copenhagen il più possibile 🙂 oggi invece tempesta di pioggia mista a neve, la maggioranza dei negozi chiusi perché domenica. Questa cosa é abbastanza comune in Svezia, ed assoluta in Norvegia per esempio. La domenica le città sono per lo più deserte, con aperti solo i caffè. Molti ristoranti chiudono la sera, anche a Stoccolma che é la più liberale. Mi aspettavo Malmö più simile a Göteborg, ma invece ho trovato una più grande Uppsala. Niente di male in tutto questo ovviamente, ma alla fine si é speso un intero pomeriggio in un caffè pur di far passare il tempo. Il castello che ho visitato al mattino é davvero minuscolo, con un’esposizione interessante su delitti, pene e potere, ma niente di più. Insomma, per infine settimana sono stato bene, i prezzi sono molto inferiori a Stoccolma, il cibo buono e la gente mediamente cordiale. Che i miei lettori scanesi non ne abbiano a male 🙂

Things are not perfect (and so you move again)

Sono tornato da Dubai domenica pomeriggio, con una luce quasi di tramonto che arrivava verso mezzogiorno. I corridoi di Arlanda, quando si esce dall’aereo nella parte nuova, dedicata ai paesi extra Schengen, sono sempre ghiacciati. Quindi esci dall’aereo con il ricordo dei 25 gradi e ti ritrovi di poco sopra lo zero. In questi giorni ho riflettuto tanto, ma proprio tanto, sulle persone, su chi pensi di incontrare, su quelle con cui fai dei passi insieme per poi lasciarle andare sulla loro strada. A volte, fare la cosa giusta, fa soffrire non solo te ma anche gli altri. E lo fai ben sapendo che non sarai ringraziato. Ma a volte é bene cosi. Nell’ultimo periodo mi sono anche molto appassionato alla serie TV “Mad man”. Ora mi manca l’ultima stagione da vedere. Trovo molto bello lo stile dei vestiti, visto che spesso mi vesto in maniera simile ultimamente (e non conoscevo lo show fino a qualche settimana fa). E poi mi piace questo racconto che sa un poco di “Padrino”, ma senza assassini. Ma indubbiamente un affresco molto esatto di tanti ambienti di lavoro ambiziosi, di come siamo tutti “homo homini lupus”, di come alla fine, “things are not perfect”, come dice una delle protagoniste all’ex marito prima di lasciare la casa dove hanno abitato per tanti anni. Anche se poi mi viene da pensare, come dice il protagonista principale, “Everything’s gonna be okay”