Un sabato come un altro

Il ritorno da Istanbul é un risveglio alle 5:00 del mattino, il taxi nella notte nella periferia turca, il caldo opprimente dell’aeroporto in cui manca costantemente l’aria condizionata, le persone da ogni parte del mondo che si incrociano, le file, quelli che non rispettano le file (praticamente tutti), nonché un volo di 4 ore tra bambini urlati, che facevano allegramente la pupú con un odorino niente male, matrone mediorentali coperte di tutto punto, uomini che si tolgono le scarpe, altri che non si sono fatti una doccia da qualche settimana… insomma il solito trattamento da corriera di montagna negli anni ´50. Di Istanbul mi rimane un cielo spesso grigio con qualche punta colorata di cieli azzurri, il sapore della carne arrosto e delle baklava, il vento ed i marciapiedi pieni di buche, quel senso di oriente che prova ad essere occidente, o forse il contrario. Sabato poi sono andato all’opera, cinque ore di Wagner in tedesco con sottotitoli in svedese. Suona un pochino come la corazzata Potemkin, ma l’opera é sempre un’emozione. Cosi come camminare sulla via del ritorno in una gamla stan avvolta dalla pioggia leggera, le scarpe buone che evitano le pozzanghere, le vie semivuote, il rumore dei tacchi sul selciato, un ombrello aperto sotto cui qualcuno ha dipinto nuvole bianche.

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