Viaggio in Arabia – Un ritorno infinito

La giornata a Khobar passa tra varie riunioni, ma abbastanza velocemente. É tempo di tornare nella capitale, mi aspetta un aereo. Passiamo vicino agli uffici della Aramco, l’azienda che estrae il petrolio dai vicini pozzi, i più grandi del mondo. La notte scende sul deserto, siamo leggermente in ritardo sulla tabella di marcia. É iniziato il fine settimana (era giovedì pomeriggio) e tutti corrono come pazzi. Non c’é nessun rispetto del codice della strada, ad un certo punto impattiamo anche un barile abbandonato e schiviamo di poco un pneumatico enorme. Tantissimi TIR, molti fermi al lato della strada per passare la notte. Quasi tutti guidati da autisti asiatici, non voglio nemmeno immaginare da quante ore sono alla guida. Passiamo due incidenti abbastanza gravi,un’auto é rivolta nel deserto e fatta quasi a pezzi, un enorme camion é nel mezzo della carreggiata. Veniamo sorpassati costantemente a sinistra a destra, alcune auto vanno nel terriccio ai lati della strada a tutta velocità. Mentre il sole tramonta molti si fermano ai lati della strada, mettono un tappeto per terra ed iniziano la preghiera della sera. Inginocchiate, intere famiglie, sono come ipnotizzate nel guardare questo deserto enorme, il sole é una palla di fuoco che illumina le dune, le donne sempre una linea dietro gli uomini, anche nel,a preghiera. Molti, mi viene detto, si incamminano poi a piedi ne deserto. Alcuni ci passano la notte, piantando una tenda. Un modo comune per passare il fine settimana. La città é caotica come sempre, e piena di luci. Un contrasto enorme con il buio attraversato nelle ultime ore. Entro nel terminal e mi appare un edificio molto vecchio, sembra un aeroporto di un paese in via di sviluppo. Caos ovunque, file chilometriche tra uomini dai vestiti afgani che devono imbarcare pacchi enormi, filippini che corrono a destra e sinistra. È soprattutto niente aria condizionata. È fuori ci saranno 38 gradi. Mi avvicinò ad un filippino che gestisce una delle file per il controllo bagagli per capire come funzionano le cose e lui mi fa passare davanti a tutti gli immigrai poveri. Sarà l’abitudine a far passare locali ed occidentali prima, non so. Arrivo al check-in e lo trovo chiuso. Gli impiegati locali ridono, scherzano fra loro, nessuno risponde di niente a nessuno. Mi siedo a terra ed aspetto più di un’ora, fino a quando uno scortesissimo locale si degna di farci i biglietti. É tutto come non curato, sporco, vecchio. Fila al controllo passaporti, un timbro e sei quasi via. Ai controlli dii sicurezza non bisogna togliere nulla, a stento guardano. Il terminal é piccolissimo, mi colori dominanti sono il beige ed il grigio, l’architettura ferma a 30 anni fa. Mi sembra di essere in un film di Alberto Sordi. Trovo la lounge, un posto triste e leggermente malandato e mi siedo per tre ore, il mio aereo partirà alle 00:50. Niente sonno, mi siedo e vedo le persone entrare. Le donne ricompaiono come un miraggio, si tolgono l’abaya, il lungo vestito nero, scoprono il viso. Crollo immediatamente per la stanchezza e mi risveglia il contatto dell’aereo con il suolo. Fuori, l’aeroporto di Dubai. Luci, tantissime. Aria condizionata, perfetta. Nel terminal immenso, alle 3:00 di notte ancora poca gente, uomini, donne, negozi aperti, tutto funziona come un orologio svizzero. Il prossimo aereo per Stoccolma alle 7:15. Sono seduto e scrivo dalla business lounge della Emirates. Cascate d’acqua, cibo in abbondanza, internet. Sono le 5:00 del mattino, gli altoparlanti dell’aeroporto hanno mandato a tutto volume la preghiera del mattino. Uomini d’affari di mezzo mondo iniziano ad arrivare, turisti, persone, luce. La stessa cultura e religione accomuna le due nazioni, solo un’ora di volo, eppure mi sento come tornato sulla Terra.

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