Phnom Penh

La capitale è una città molto grande, ma anche con una storia che è ripartita pochi anni fa. Il regime dei khmer rossi, tra il ’75 ed il ’79, forzó infatti l’intera popolazione ad evacuare tutte le città, nella folle idea di creare una società solo agraria. Phnom Penh, come tutte le altre città, divenne quindi una città fantasma, abitata solo dai quartier generali del regime. Alcune poche foto d’epoca mostrano un paesaggio lunare, case abbandonate, strade desolate. Con le prime elezioni nel 1993, la città è tornata a vivere come un posto quasi normale. Poche case del periodo coloniale francese sono rimaste intatte, ma il centro è abbastanza vivo, con tanti locali aperti la sera con vita sul Mekong, ed un lungofiume dove la sera i locali ed i turisti passeggiano tra l’odore non proprio invitante di fogne a cielo aperto, ratti che girano allegri, ma anche bambini che giocano, coppie che si tengono la mano, venditori ambulanti, loschi figuri che offrono droga o prostitute. Ho passato la giornata a visitare il bel palazzo reale, pagode incantevoli, un bellissimo piccolo museo pieno di statue antiche, e soprattuto esplorando la storia del paese. Due posti sono secondo me importanti da vedere, e mi hanno scosso in maniera non indifferente. Poco fuori della città ci sono i “killing fields”. Qui le persone condannate a morte perchè contro la rivoluzione venivano portate, picchiate, messe in ginocchio sull’orlo di una fosse comune, e quindi con una mazza o un ramo di palma picchiati in testa per ucciderli. Non avevano abbastanza pallottole infatti e le cose erano fatte a mano. Ovviamente non tutti morivano all’istante, e molti cadevano nella fossa con gli altri cadaveri a morire di fame. Queste fosse erano ovunque, ed al centro un monumento funerario tipico khmer raccoglie le migliaia di teschi. Più in la, nel giardino, un albero contro cui venivano fatti appoggiare i bambini per essere frustati e picchiati. Già, perchè se il padre era condannato, veniva uccisa spesso tutta la famiglia per “estirpare il seme del dissenso”.

Tornati al centro visito una delle più famose prigioni politiche del periodo. Era una scuola prima della rivoluzione. Un bel giardino al centro con tanti alberi pieni di fiori, quattro complessi affacciati al centro con dei ballatoi per raggiungere le classi. Questo mi ha colpito di più. Da fuori sembrava anche un bel posto, ma nascondeva un orrore infinito. Anche qui, se volete leggere di più, basta andare su wikipedia e cercare per S-21 Tuol Seng. Molti erano imprigionati perchè intellettuali, o perchè sapevano leggere e scrivere, o perchè portavano gli occhiali, o perchè falsamente accusati da altre persone corrette a fare nomi a caso sotto tortura. Tutti morti, tutti inevitabilmente torturati in maniera atroce, rinchiusi in celle piccolissime e legati con catene di ferro, quasi senza mangiare e bere, percossi, impiccati agli attrezzi ginnici una volta usati dai bambini della scuola. La collezione di foto era straziante, donne, uomini, ma sopratutto tantissimi bambini, molti non avranno avuto più di 10 anni ad occhio e croce. E la cosa più impressionante era che i torturatori erano anche loro adolescenti. Tolti alle loro famiglie, senza educazione, in genere dalle campagne, erano indottrinati sin da piccoli a queste cose, non conoscevano altro e lo trovavano normale. Secondo l’ideologia dei khmer rossi stavano preparando la popolazione del domani. Spesso quindi carnefici ma vittime allo stesso tempo. Tutti erano fotografati all’entrata, e poi varie confessioni assurde estorte tramite tortura. Alcune erano esposte, con tesi assurde tipo essere spie della CIA. E poi facevano nomi a caso di collaboratori, ed il ciclo continuava. Nel cortile uno dei pochissimi sopravvissuti vendeva un libro fatto da lui. Si era salvato in quanto pittore, ed un giorno fu portato dal capo della prigione e gli fu chiesto di fare un dipinto di Pol Pot. Questo piacque molto e qui di fu spostato a questa mansioni, salvandosi la vita. Ci ho parlato un pochino, avrà avuto 70-80 anni, e quando gli chiedo della famiglia mi dice di essersi risposato, mentre la prima moglie e tutti i figli di primo letto sono stati uccisi dai khmer rossi. Inizia a piangere, si scusa, mi stringe le mani. La guida mi dice che fa così ogni volta che si parla della prigione. Ci salutiamo e vado via. Il sole splende nel cielo, gli alberi in giardino sono pieni di fiori bianchi profumatissimi.

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