Angkor Wat

Uno dei motivi per arrivare fino in Cambogia, così come per altri milioni di turisti, è quello di visitare il parco archeologico di Angkor Wat. Questo è un gigantesco pezzo di territorio nella giungla, in cui si trovano i resti delle più importanti costruzioni della civiltà khmer tra il 900 e 1400. Non starò a tediarvi con la storia del posto, in quanto wikipedia fa questo lavoro molto meglio di me. Grazie alla mia guida di cui ho parlato ieri, siamo riusciti a vedere quasi tutti i templi senza persone intorno, sia quelli maggiori andando ad orari assurdi (tipo le 5:30 del mattino) o mentre gli altri turisti nei torpedoni fanno colazione, o altri giri, così come altri templi minori, nascosti nella giungla ma anche molto interessanti. Vedere queste strutture immense, costruite in pietra ed ormai avvolte dalla foresta, è una di quelle sensazioni che penso mi porterò dietro per lungo tempo. Altra cosa interessante è la storia della loro costruzione o distruzione. Così come in tutte le epoche ed a tutte le latitudini, la religione è stata spesso usata per controllare il popolo, favorire il commercio, assoggettare popolazioni, avere potere. E quindi la regione è passata dal buddismo all’induismo, passando per un misto delle due e tornando di nuovo al buddismo. I templi hanno un loro preciso orientamento, con porte dedicate al re, o ai criminali, ai dignitari, al popolo o anche ai funerali. Alberi enormi avvolgevano i resti di piccole stanze per pregare, una volta adornate di pietre preziose. Ora domina il verde del muschio ed il grigio della pietra. I templi indù hanno cinque torri, a ricordare il monte sacro di questa religione, quelli buddisti le facce del Buddha che ti sorride, sui quattro lati a mostrare le sue quattro virtù. Molte sono state distrutte nei secoli ai vari cambi di regime, altri durante la dittatura dei khmer rossi, che li usavano come basi militari, proteggendosi dall’esterno con mine antiuomo ovunque. Oggi sono tornati templi, e le persone del posto ancora li usano per pregare. Ogni tanto compare un monaco, che rompe il grigio con la sua tunica arancione che svolazza del vento. Intorno canali artificiali, con ponti adornati da statue di Buddha o di demoni, palestre per gli incontri di boxe, scale ripidissime per salire in alto. Il popolo non poteva entrare, solo il re. Addirittura, quando questo visitava i villaggi, bisognava guardare per terra. La punizione per alzare lo sguardo, semplicemente la perdita della vita. Verso le cinque del pomeriggio i monaci buddisti suonano i tamburi, per richiamare gli altri monaci a pregare. Accendono candele ed incenso, e vedi questi uomini completante rasati, avvolti di tuniche arancioni, camminare sotto la pioggia. L’anziano inizia la preghiera in una lingua antichissima, gli altri seguono. Io mi tolgo le scarpe e cammino scalzo sul pavimento, e mi siedo alla fine del tempio all’aperto a sentire queste preghiere. Uguali da migliaia di anni, sembrano una canzone. L’odore di incenso riempie l’aria, in fondo una grossa statua dorat di Buddha mi sorride sornione. La pioggia scende copiosa ai lati della pagoda. Riapro l’ombrello e mi avvio nella strada fangosa.

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