Impressioni canadesi

I giorni in Canada sono stati abbastanza pieni di riunioni, ma ho anche avuto la possiblitá di farmi un giro per la cittá. All’inizio ti sembra America, con il centro pieno di alti grattacieli, ma tutto é alla fine in scala ridotta. Esci dal centro e ci sono case basse, a volte anche un pochino malandate, ma non ci si sente mai in pericolo. Infatti ho poi letto che Toronto é una delle cittá piú sicure d’America. Si attraversano in pochi chilometri, quartieri cinesi, indiani, italiani, greci, poi l’Universitá. Casette in stile inglese fatte di mattoncini rossi, piccoli patii dove studenti erano seduti all’ombra del primo pomeriggio, tantissimi caffé e ristoranti all’aperto, di tutte le etnie possibili ed immaginabili. Ad un certo punto mi sono anche trovato in un intero centro commerciale cinese. All’intero i negozi mi sembravano come in Corea, montagne di cianfrusaglia ammassata, vecchietti cinesi seduti alle panchine a guardare il mondo passare, bambini che correvano, manicure e parruchieri solo cinesi. Poi esci e sei di nuovo in Nord America, anche se per poco. Toronto ti dá l’idea di un avamposto di frontiera. Dopo la cittá, solo la natura selvaggia. Le persone sono tutte ben vestite, sorridenti, allegre, ma é come se si sentisse un’atmosfera di frontiera. Almeno questa la mia impressione.

Per lavoro sono anche andato in un’altra cittá fuori Toronto, e mi é sembrata un pochino una provincia desolata. Vecchie fabbriche, un senso di abbandono, sembrava di essere in una cittá del centro degli Stati Uniti. Mi hanno poi detto essere una zona un poco depressa per la chiusura delle acciaierie. Certo, che se la provincia svedese é spesso un posto desolato, questa aveva in piú il carattere fortemente industriale a renderla quasi spettrale.

La sera, per le strada, frotte di ragazzi vestiti bene e ragazze altissime, magrissime, con mini-gonne cortissime e tacchi altissimi. Mi ha dato un pochino l’idea di una pronvicia italiana ricca. Ho trovato indubbiamente molto interessante questo mix di America e di Europa. Un posto indubbiamente vivibilissimo, forse un attimo isolato dal mondo, molto piacevole. Sarebbero da vedere le altre grandi cittá canadesi, che mi dicono siano ancora piú europee di Toronto. Comunque é una nazione che mi é piaciuta molto, ci tornerei molto volentieri.

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Toronto, Canada

Lascio New York con un taxi alle 6:00 del mattino. La cittá ancora dormicchia, le strade quasi vuote, il sole che sta per sorgere. Come in un film in cui qualcuno se ne va, ed una nuova storia ricomincia, l’auto attraversa il Central Park, per poi riversarsi nell’Upper East Side. Strada su strada, i semafori si fanno verdi, le case dei ricchi ai lati, poche persone per strada, un taxi che ci taglia la strada. La macchina corre veloce sulla FDR drive, il Queensboro bridge dietro di noi, quanti film, quante volte ho giá visto tutto questo. Due ore di volo, e mi risveglio in un altro pianeta. Sono a Toronto. L’aeroporto é pulitissimo, efficiente, grande, ben illuminato. Aspetto la mia collega all’aperto, e per fortuna le temperature si sono abbassate. Piacevolissimi 25 gradi, ed un venticello fresco che sembra di stare a Stoccolma. Una bella fortuna, fino a qualche giorno fa mi dicono che era insopportabile ed umido come a New York. Un ragazzo di colore si avvicina con la macchina e mi chiede indicazioni. Purtroppo non so aiutarlo, mi chiede da dove vengo e poi “Welcome to Canada!”, mi dice e se ne va sorridendo. Le persone sorridono in Canada, ecco una delle prime cose che ho notato. Sono ancora vestite bene, ma c’é una leggera minore cura degli americani, come se volessero mantenersi piú bassi.

Toronto, sulle rive del lago Ontario, é una cittá piena di grattacieli di vetro, nuovissimi, costruiti da poco lungo il lago. Il tempo é magnifico. Dal mio albergo, al 31esimo piano, posso vedere le Toronto Islands davanti a me, e piú lontano, la costa opposta, negli USA. Passeggio un pochino per strada, tutto pulito, ben aggiustato. Ricorda l’America, ma é molto piú pulito, piú ordinato. Le persone sono di tutte le razze e colori possibili ed immaginabili, il sole splende tra gli albergi ed un venticello fresco passa tra i capelli. Aria di tranquillitá. Mi ricorda la Svezia in alcune cose, ma c’é comunque piú attivitá, le persone sono molto piú diverse, si puó parlare per strada con la prima persona che incontri, sono tutti molto gentili, si scusano appena li tocchi per strada, non ci sono poveri ad ogni angolo a chiedere l’elemosina come in USA. Incredibile a pensare a come due posti cosi vicini, con una storia molto simile, si siano evoluti cosi diversamente.

L’America

I giorni passano a New York tra la visita al Metropolitan Museum (anche questo assolutamente magnifico) e tante passeggiate lunghissime nell’afa, che per fortuna si dirada leggermente. Ogni tanto un soffio di vento forte passa veloce lungo le strade dritte, quasi ad andare dal mare fino a dentro la terra, per poi perdersi nel resto degli Stati Uniti. Ogni tanto un acquazzone, ma non fa che peggiorare lo stato di afa. Mi piace fermarmi a guardare le persone. Gli impiegati americani hanno spesso pantaloni di una taglia piú grande di quella che dovrebbero avere, lo si nota subito dal cavallo troppo lungo. É come un marchio di fabbrica, cosi come le cravatte di tessuto leggero troppo larghe, e dai motivi un pochino anni ´80. Le donne hanno tutte, ma dico tutte, la pedicure perfetta. Indossano sandali o infradito, e la cura dell’aspetto é davvero maniacale da quel punto di vista. Possono avere i capelli sfatti, vestite male, ma i piedi, non so per quale motivo, sono sempre perfetti. La vita scorre veloce, chi rimane indietro, beh, sono probabilmente fatti suoi, ed il lavoro non qualificato costa pochissimo. Questo comporta un esercito di manovalanza, spesso purtroppo di colore, che sta li solo per aprire porte, dare il benvenuto, passare le buste, insomma tutta una serie di lavori che in Europa non esistono in quanto non utili e soprattutto non convenienti. Questo, peró, da un certo punto di vista diminuisce l’automatizzazione. Nonostante gli USA siano probabilmente il paese con la migliore ricerca al mondo, molte cose di tutti i giorni sono ancora manuali, come da noi forse 10 anni fa. Tanto c’é sempre un “the guy” che puoi chiamare per farlo per te. Ma gli USA, da un altro punto di vista, hanno anche una carica di freschezza, di innovazione, di voglia di fare che non ho ancora trovato altrove. Possono essere bruschi e schietti, ma anche molto generosi e gentili, non hanno limiti, in basso ed in alto.

La sera giro per le strade, guardo, ascolto, parlo. In un bar stile anni ´20 su Columbus parlo con una ragazza californiana che disegna su cartoline quello che vede in giro nella cittá. La vedo che disegnava me, e mi sono fermato a chiedere. Dice che i turisti vedono solo la New York delle cartoline, e lei le compra, e dietro invece ci disegna la NYC delle persone. Che sono per strada, nei bar, in attesa. Sono rimasto molto colpito devo dire la veritá, é un’idea molto creativa. In un altro ristorante mi fermo a parlare con un ragazzo che serve pizze ed hamburgers, e mi invita a provare il loro gigantesco “special”. Riesco ad evitare, ma devo ordinare una large coke (diet of course). In un altro locale parlo con il barista, un ragazzo di 23 anni che sogna di andare in Brasile, e parliamo un pochino dei miei viaggi, mentre di fianco a me due ragazze israeliane parlano di chi sa cosa. Visto che conosco qualche parola ci mettiamo a parlare di Israele, del vivere a New York, del mondo che gira intorno.

New York , New York

Domenica un treno mi porta veloce a New York, Penn Station. La cittá che non dorme mai mi accoglie con il solito caos, frastuono, sporcizia, una iniezione di vita di cui c’é proprio bisogno. Questa volta ho deciso di stare nell’Upper West Side, per vedere una parte di cittá che non conoscevo molto bene. Ottimo albergo per il prezzo (e per essere New York), una doccia e poi via, alla scoperta di nuove cose. Avró probabilmente camminato circa 50km in tre giorni, ma ne valeva la pena. Questa parte di cittá mi appare subito molto diversa, con le tipiche case viste in molti film, ma anche una certa tranquillitá, non troppo traffico, negozi di vicinato, addirittura fruttivendoli ed altri negozi di alimentari. Molti bar, qualche ristorante di quartiere, caffé all’aperto per gli “intellettuali” della cittá. Almeno questa sono (e forse sono ancora), i tipici abitanti della zona. La notte scende tra le strade poco illuminate, e tante persone per strada, bar semipieni la domenica sera, luci degli appartamente che si accendono. Ti viene quasi voglia di sederti su uno dei gradini che portano al primo piano delle case, e guardare le persone passare mentre portano i cani a passeggio. Anche le strade sono molto piú pulite. La mattina dopo scendo a Midtown passando per Hell’s Kitchen, una volta un quartiere molto pericoloso, ed ancora si vede come le case non sono proprio nella condizione migliore, ma da quanto capisco ormai tutta Manhattan é un posto abbastanza benestante. Colpisce molto, comunque, vedere come tutto cambia da un quartiere ad un altro, e come questa distanza sia solo l’attraversare una strada, a volte solo piú larga di un’altra. Midtown é grattacieli altissimi, caos, troppi turisti che si fanno le foto su Time Square (posto orribile), o che entrano nel negozi di caramelle. Da lí si risale, fino a central park, i laghetti, le coppiette che vanno in barca. Dietro enormi grattacieli. Continua…

Museo d’arte di Philadelphia

Sabato scorso ho passato la giornata a girare un pochino per Philadelphia. Il caldo era assolutamente incredibile, circa 35 gradi con una umiditá pazzesca. Appena usciti dall’aria condizionata gelida di ogni edificio era come entrare in una sauna. Per poi rientrare in un lago ghiacciato all’ingresso di ogni posto al chiuso. Nonostante questo, sono riuscito a farmi un giro niente male, e tra le altre cose ho visitato il Philadephia Museum or Arts. Che poi sarebbe quell’edificio con le colonne in cima alla scalinata che Rocky fa correndo nel suo primo film, giusto per capirci. Ah, ed ovviamente c’é anche davvero la statua di Rocky, ma in basso sulla destra. A parte queste cose, il museo é davvero impressionante. Innanzitutto grandissimo, tenuto molto bene, e con una collezione di opere d’arte magnifica. Tantissimi quadri di fine ´800 inizio ´900. Ho camminato davvero per ore, e mi ha incantato in particolare “Carnival evening” di Henri Rousseau. L’atmosfera surreale, la notte e queste due figure in maschera sotto la luna piena. Sono rimasto fermo per minuti, quasi perso. Un altro quadro molto bello che ho trovato era di Picasso. Un uomo ed una donna, irriconoscibili, a parte per i capelli lunghi di lei. Mi ha colpito questa destrutturazione dei corpi, questo non riconoscere. Camminando fra altri dipinti, ho poi notato un quadro di Cezanne, su cui c’era la sua firma e poi scritto -92, nel senso dell’anno in cui era stato dipinto il quadro, 1892. E mi ha fatto pensare a come scorre il tempo. Anche io, quando ero a scuola nel 1992, scrivevo sui quaderni l’anno in quel modo, immagino lo abbiamo fatto tutti. Anche perché a quale altro secolo avrei potuto riferirmi? Eppure, cento anni prima, altre persone facevano lo stesso, e probabilmente sará cosi anche in futuro. Viviamo nel presente, pensiamo sia nostro, speciale, ed invece il tempo non appartiene a nessuno. Altri quadri davvero belli erano questo di Modigliani, dove lui dipinge la sua fidanzata nello studio di Parigi. E me li immagino, un pomeriggio, a stare lí, a dipingere, ed io quasi un secolo dopo a guardali; Monet, uno dei quadri di Londra con la nebbia; De Chirico, un paesaggio che potrebbe essere italiano rinascimentale, una statua classica davanti, e poi, dirompente, un treno a vapore dietro, il segno del progresso, un’atmosfera lunare. Il museo continua con intere sezioni dedicate all’arte orientale, indiana, americana. Interi templi e case spostati e ricostruiti, i dettagli finissimi dei disegni giapponesi, templi indú….

Insomma un museo davvero incantevole, e se vi trovate da quelle parti ci spenderei volentieri un giorno intero. Come in tutti i musei che ho visto in USA, il personale é in genere fatto da ditte di security, nel 95% persone di colore sottopagate, e spesso anche scortesi, anche se nel loro modo di fare. Ci sono anche strane regole, tipo che non si puó portare una bottiglia d’acqua altrimenti si é tentati di bere nelle sale mi viene detto. Allora la metto in tasca, ed a loro va bene cosi. Il tutto é spesso sovvenzionato da privati che donano soldi per avere in cambio il nome sui muri, altra cosa tipica americana. Chi sa, che forse sia un modo per non pensare al tempo che passa. Strano in posto dove quasi tutti i quadri e le esposizioni, ti fanno pensare proprio al contrario.

Le strade di Philadelphia

Tre giorni fa sono arrivato in USA, atterraggio a New York e poi in auto fino a Philadelphia. Fa un caldo mostruoso, un’umidità incredibile, e fino ad oggi ho fondamentalmente visto solo sale riunioni e poco altro. Con un poco di coraggio, comunque, mi sono fatto un giro per il centro ed andato in qualche bar con colleghi del posto. Tra l’altro conosco la città abbastanza bene essendoci già stato. L’America, cantava Guccini, sono mille cieli sotto un continente” e penso spesso a questa definizione quando sono da queste parti. Cosa che capita molto spesso, oltre al fatto che una buona parte dei miei colleghi sono americani. È una nazione che mi colpisce molto, per i suoi eccessi, per le disparità sociali, ma anche per la vita, intensa, forte, che scorre in queste strade. L’altra mattina ero andato a correre, ed ho notato che chiunque mi incrociava per strada, altri corridori, poliziotti, spazzini, mi sorridevano e mi salutavano. Vendendo dalla Svezia, dove se saluti qualcuno o anche sorridi vieni preso per pazzo, mi sono sentito come vivo di nuovo. E poi i bar, le persone per strada, la varietà, i negozi che vendono di tutto. È davvero peculiare come nel centro di una città ci si senta in un ambiente molto libero, aperto, curioso, e poi già nelle periferie abbondano i Walmart, catene di fast food e tutto il resto che fa tanto “America” per chi forse non ci è mai stato abbastanza. Tutto insieme, tutto mischiato fianco a fianco. Certo, qui i soldi fanno moltissimo la differenza. Se te lo puoi permettere mangi bene, i ristoranti sono eccellenti, altrimenti hamburgers, e soda, tantissima soda piena di zucchero. Intanto le persone continuano a camminare tra queste strade che si incrociano ad angolo retto, escono, vivono, si incontrano, parlano. C’è tanta vita che scorre, a volte, dopo tanti anni in Scandinavia, quasi me lo dimentico.

La terra promessa – parte 5

Gerusalemme ovest è una città molto verde, ben tenuta, con case incantevoli. Passiamo il parlamento visto in tanti telegiornali, e poi si scende in una valle, dove si trova il museo dell’olocausto. Si entra gratuitamente, e si inizia mostrando filmati di vita normale degli ebrei prima del nazismo. Un po’ di storia sull’antisemitismo dal Medioevo ad oggi, e poi si inizia con il nazismo, e si continua con dettagli sempre più raccapriccianti. Cammino in questo vero e proprio corridoio degli orrori, ed anche se sono cose viste e riviste, non riesco a trattenere la commozione. Una ragazza piange a dirotto, seduta per terra.Ero curioso di vedere cosa dicessero dell’Italia e del fascismo, ma ho trovato solo una colonna. Qui si parlava delle leggi razziali, ma fondamentalmente si ringraziavano tutti gli italiani che hanno aiutato gli ebrei a scappare o a nascondersi. Secondo la didascalia, grazie a queste azioni, l’80% degli ebrei italiani si é salvato.Verso la fine la storia della nascita di Israele, e poi il museo finisce su un balcone che guarda alla vallata verde di Gerusalemme, come ad indicare l’arrivo, la fine, la terra promessa. Untitled

Ora, questa parte è indubbiamente più complessa, considerate le guerre, i problemi, etc… ma è interessante vederla dalla parte degli israeliani, a come hanno vissuto la nascita del loro stato. Quasi come a dire, almeno questa è stata la mia impressione, che dopo tanto dolore ce la hanno fatta. Ed ora hanno un pezzo di paradiso, una nazione indubbiamente incantevole, una nazione dai cieli chiari e controllati. Un giorno, mi auguro, tutti insieme vivranno in pace. Prima di uscire, due stanze molto forti. In una, rotonda, si entra ed intorno solo libri, neri, sotto una cupola con foto di persone uccise. Sono i nomi di tutti i morti dell’olocausto, uno dietro l’altro. A vedere lo spazio che occupa ho avuto un attimo di mancamento. Poi, uscendo, si entra nel memoriale per i bambini. Tutto scuro, intorno si accendono milioni di luci, si ha la sensazione di volare in una galassia. Bisogna tenersi al corrimano per non cadere e trovare la strada. Nel silenzio, circondati da questi punti di luce, una voce monotona, pronuncia i nomi e la provenienza di tutti i bambini ebrei uccisi, un milione e mezzo di piccole luci innocenti. Mi viene da piangere anche ora mentre scrivo.

La sera passeggio di nuovo al tramonto sulla spiaggia, tanti pensieri, tante riflessioni. Un bicchiere di vino, un pesce sul ristorante vista mare, una lunga passeggiata sulla battigia a piedi nudi. Mi fermo a bere una birra nei bar sulla spiaggia steso su una sedia a sdraio. Guardo il mare nero che rimbomba di fronte, ogni tanto una onda lunga passa sotto i piedi. L’Orsa maggiore di fronte nel cielo scuro, passano nuvole leggere. Tutto sembra di nuovo perfetto, amici che ridono, coppie che ballano sulla sabbia, la risacca del mare. IMG_7245 - Version 2

Ultimo giorno, corsa sulla spiaggia, tanto sole, è venerdì, giorno di festa. Taxi, aeroporto, controlli di sicurezza tanto famosi, aereo. Ho scritto questi post in aereo, come a non dimenticare un posto molto bello e complicato. Tanta storia, tanto, troppo sangue innocente da tutte le parti. Ma, da quello che ho sentito nell’aria, anche tanta voglia di pace. Fine.

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