Milano, ancora

Milano è Il senso di essere ai bordi dell’Italia, quasi di toccarla. Per, secondo me, è come uno straniero è un approccio leggero all’Italia, quasi di cose già viste. Uomini ben vestiti ma non troppo aggressivi e ragazze straniere che si godono il fresco in vestitini cortissimi, una miscela sottile ma ancora non esplosiva come potrebbe essere in un paesino del meridione. Ma senza quel senso di mediterraneo. Mi sembra un posto che assomiglia all’Italia senza che gli appartenga conpletamente.

Il fine settimana lo passo visitando parenti sul lago di Garda. Nasce un nipotino, proprio mentre sto arrivando. E l’epidurale questa sconosciuta fino a quando non è l’ultimo momento. Ricordati donna, che devi soffrire. Detto da altre donne ed uomini che di figli. On ne hanno, che l’amore non sanno cosa sia. E questo senso di un fatto “femminile”, il padre dentro, ma che vada a casa, ci sta la nonna dentro. Il nonno forse quando è orario di visita. E non fare quello, non toccare il bambino, noi non ci prendiamo nessuna responsabilità, via gli uomini, via. Per carità, tutto pulitissimo, ordinatissimo, organizzatissimo… ho visto molti ospedali in Svezia in condizioni per peggiori, ma lo specchio di una mentalità che non riesco ad accettare.

Poi, un pomeriggio di domenica, pranzo in riva al lago. Quel senso di indolenza delle domeniche italiane mentre la radio suona “sei bellissima”. Corea, Corea. Non facevo altro che pensare ad un pomeriggio degli anni ’60, la meglio gioventù. Il vento si alzava sul lago, le montagne lontane, barche a vela. La crisi morde, meno SUV del solito, fabbriche chiuse, un’aria da festa finita. Il silenzio di una domenica pomeriggio in Italia. Finisco con un cannolo commuovente, arrivato direttamente dalla Sicilia. Il nord non esiste proprio più, come quando ci andavo da bambino e non arrivavano nemmeno le melanzane.

Poi chiudo gli occhi, treno, auto, aereo. L’aria condizionata di una lounge. Gli svedesi che fanno scorte di alcool. L’Italia è li sotto, la pianura padana avvolta dall’afa, ma non troppo. Chiudo gli occhi e sento ancora la radio cantare. Corea, Corea.

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Milano

Ho passato gli ultimi giorni per lavoro in Italia. Per la precisione a Milano. È una città che sto scoprendo pian piano in età adulta, e che ho molto trascurato quando ero più giovane. Un errore di gioventù direi. Di Milano mi sono rimaste le immagini di chiese medioevali, i vialoni di marmo, la fretta, il nervosismo, prostitute. Troppe, in piena vista. Seduto ad un bar sotto la torre Velasca, entra una ragazza bionda in minigonna e tacchi altissimi. Le si avvicina un uomo sulla quarantina, capelli unti, camicia stropicciata e cravatta annodata male. Le gli chiede se ha la ragazza, lui dice si, mostra la foto sul cellulare, e poi dice che a lui piacciono le donne. Chiede il prezzo, esita un attimo nella voce. Cento euro, va bene dice lui. Le lascia il numero di telefono e va via, nel pomeriggio milanese di un qualunque giovedì sera, mentre il barista dietro la vetrina un po’ vecchia se la ride. Tutti guardano, tutti sembrano avere già visto.

Milano in certi punti ha un senso di Gotham City. Poi ti giri e trovi le persone ben vestite, le nonne con il vestito buono per andare a fare la spesa. I negozi indipendenti,tanta scelta, da perdercisi la testa. Poi una lunga passeggiata nel centro, cinque ore. I quadri a Brera, un posto incantevole al piano superiore, un’università abbandonata al degrado di sotto. Guardo estasiato alcuni dei quadri, e noto i nobili che ai facevano dipingere vicino alle madonne, i pittori anonimi. Quanta vita che è passata.

Poi non riesco ad entrare al cenacolo, avrei dovuto prenotare, non lo sapevo. Poi Sant’Ambrogio, il silenzio dell’ingresso, un incanto medioevale. Chiudendo gli occhi, nel silenzio del primo pomeriggio, mi immaginavo i pellegrini arrivare alla chiesa e sostare un attimo, li in mezzo, prima di entrare. Poi la petizione sulle cellule staminali all’ingresso, la chiesa che cancella la speranza delle persone, questa organizzazione che pensa solo a far soffrire le persone, contro l’aborto, contro le donne, alla fine contro tutto quello che predicano. E ti senti bene ad aver lasciato tutto questo dietro di te.

Continua…

Madrid

Una settimana intera in Spagna per lavoro, ecco dove ero finito per rispondere alla domanda di qualcuno. By the way, grazie per avermi pensato 🙂 Comunque una settimana estremamente intensa, giorni interi di riunioni in giro per la cittá, poi pranzi, cene di lavoro, dopocena di lavoro, e via che ogni notte si fa almeno l’1:00, per poi ricominciare alle 8:30 puntuali il giorno dopo. E poi questo caldo, potente, fortissimo. Questo sole che picchia in testa, che senza un cappello potresti anche scioglierti immediatamente. E questa notte, che arriva tardissimo… alle 23:00 é ancora quasi giorno, e non perché siamo a nord (la latitudine é la stessa di Napoli), ma perché si é fin troppo ad ovest ed hanno lo stesso fuso orario della Polonia per dire.

A Madrid ci andai per la prima volta quando avevo 19 anni, due mesi pagati dall’universitá. Ricordo un caldo asfissiante, il non saper vivere da solo, il mio compagno di appartamento dei Paesi Baschi, le notte intere passate a camminare, gli esperimenti che non riuscivano mai, il panino con i calamari fritti (sono sempre uno che ama mangiare leggero), la lingua imparata in 3 settimane e che ancora ricordo.

Madrid é una cittá assolutamente incantevole. Il centro storico dalle vie strette che potrebbe essere Napoli, i negozi con i vecchietti dentro a vendere bibite, i vialoni di Chamberi che potresti essere a Parigi. E quel continuo vociare, parlare, correre. Sembra mediterraneo ma é giá Europa continentale. E poi le turiste inglesi e scadinave mezze nude pronte a sorridere ad ognuno che le fa un complimento, i vecchietti che scendono la sera per una passeggiata come in qualunque paese della pronvicia del sud Italia, le vetrine eleganti, quelle tre ore del pomeriggio dopo pranzo dove tutto é chiuso. E la lingua, bellissima. Ed il cibo che in realtá non é affatto un gran che, molto grasso, quasi sporco… niente a che vedere con il Portogallo, che é proprio lí a due passi. E l’aeroporto, circondato da collinette brulle, che potresti essere a Santiago, o Lima, o qualunque altro posto del Sud America.

Madrid é uno di quei posti che mi porto sempre nel cuore, che mi fa spesso pensare a cosa sia piú importante nella vita. Ma su questo, ho ancora qualche altro viaggio per pensarci.

Cerimonia della cittadinanza

Il 6 giugno é la festa nazionale svedese, data che simboleggia il giorno in cui nel 1523 Gustav Vasa fu incoronato re di Svezia. Questa festa é in realtá poco sentita dagli svedesi, in quanto é vacanza da pochi anni. Comunque, ogni vacanza qui é ben accetta dal popolo locale, dove tra ferie estive, giorni di festa etc… si trova sempre il modo di accorciare la settimana lavorativa 🙂 Le giornate incantevoli poi aiutano, con una temperatura diurna di circa 30 gradi e solo a picco per circa 18 ore al giorno e la notte che non scende mai. Comunque, da qualche anno, tutti i nuovi cittadini svedesi sono invitati dai rispettivi comuni a festaggiare la propria cittadinanza il 6 giugno. Essendo io diventato cittadino lo scorso anno, ero invitato alla festa che si tiene al municipio di Stoccolma, il bell’edificio di fronte casa simbolo della cittá ed in cui si tiene ogni anno la cerimonia per il Nobel. Un bel vantaggio di vivire a Stoccolma e non in qualche cittadina del mezzo della Svezia dove il comune é in genere un edificio anni ´60 in stile Germania Est. Comunque ho deciso di andarci, visto che ero curioso, anche se un pochino scettico all’inizio. Arrivo e ci sono in attesa tantissime persone. Noto che una buona maggioranza sono donne asiatiche o sud americane con il marito svedese tra i 40 e 50 anni, le famose mogli da importo. Seguono mediorentali (tra cui mi confondo benissimo!) e qualche ragazzo anglosassone con ragazza svedese al fianco. Insomma, secondo me un ottimo specchio dell’immigrazione in Svezia. Varie donne con vestiti arabi, pochi di origine africana, e penso proprio pochini di europei. Bella atmosfera di festa, ed ovvio tripudio di bandiere giallo e blu. Secondo me a volte le mettono in caso ti dimentichi di vivere in Svezia. Come da tradizione nessuna bandiera della comunitá europea (che andrebbe messa), visto che i local (aiuto, ora lo sono anche io!), la odiano.

Si entra, ti danno un foglietto A4 con il programma che durerá mezz’ora, ed una bandierina svedese da sventolare. Inizia il programma con un trio di soprani molto bello, che canta tre arie durante la cerimonia. Tra cui “nessun dorma” ed una “till havs” (al mare), con una coreografia ridicola. Loro bravissime comunque, e devo dire anche bellissime.

Iniziano a parlare i vari politici, e senza un grande entusiasmo per quello che dicono. Poi arriva il sindaco di Stoccolma (qui si chiama styrelseordförande, cioé portavoce della giunta), e lui mi é proprio piaciuto molto. Per molti anni, e nel cuore di molti svedesi, l’immigrazione passa per assimilazione. Ovvero devi diventare svedese, festeggiare mezza estate, mangiare le aringhe, diventare “come noi” se vuoi stare qui. Senza peró sperare nelle stesse possibilitá lavorative. Ovvio questo non funziona, e poi ci si lamenta dei disordini nelle periferie… ma é un discorso lungo e complesso. Poi mi arriva questo signore di 50 anni, ed inizia a dire che non esiste un solo modo per essere svedesi, che siamo tutti svedesi. Ognuno nel suo modo diverso, che non esiste la svedesitá e la non svedesitá, intesa come modo di comportarsi, ma che siamo tutti qui insieme, rispettando le basi comuni, la visione di questo paese. Cioé uguaglianza tra uomini e donne, libertá di pensiero, parola e movimento, non violenza, rispetto per gli altri e per le leggi. Poi, tutto il resto, religione, modo di interagire, colore della pelle, dei capelli, vestiti, cibo… viene dopo. Ecco, finalmente ho trovato uno che dice quello che penso io. Ben fatto signor sindaco! Queste cose andrebbero spiegati sia agli immigrati, senza pietá alcuna, perché non possono arrivare qui e ricreare le loro leggi medioevali, ma anche a tutti quegli svedesi che non accettano la diversitá… e cosi il discorso si fa ancora piú complesso 🙂

La cerimonia finisce con inno svedese, e quindi ovviamente dolci alla cannella e caffé. Torno a casa con un cielo azzurrissimo, sole a picco, 30 gradi e svedesi impazziti per il caldo che girano in mutande per strada. Mi considero svedese? Non credo nel termine che hanno molti svedesi, ma sicuramente nelle parole del sindaco. Mi considero italiano? Forse per nascita e per alcuni tratti culturali, ma non per molto altro. Penso alla fine di considerarmi un essere umano, e sono contento, per adesso, di vivere in un posto dove le libertá personali ed il rispetto per le persone sono garantite. Ci sono molte cose che qui non vanno, davvero tante. Ma almeno si guarda la futuro. E per adesso va bene cosi.

Il sole di Brussels

Arrivato ieri in Belgio, ho lasciato una Svezia caldissima ed incantevole, per un Belgio soleggiato ma spazzato da un vento gelido. Nel centro di Brussels poco traffico la domenica, il sole che scendeva lento a notte tarda dietro i viali lunghissimi, la birra a poco prezzo, negozi semichiusi. Quasi profumo di Francia in alcuni palazzi, con l’Olanda che ti guarda di soppiatto. Ora aeroporto, come al solito. Il sole è da poco sceso dietro l’autostrada, la notte scende, e la BBC mi accompagna a dormire. Un pochino come al solito.