Sul cielo dell’Africa

E così ieri sera sono ripartito. Viaggio di notte, dormendo sui cieli dell’Africa. Non ricordo che strani sogni ho fatto, ma mi è sembrato di immaginare tutto quel continente sotto di me, a 10.000 metri di distanza, che sarebbero potuti anche essere milioni. In fondo io me ne stavo li a guardare un film, e sotto passava il Congo, l’Uganda, il Sudan… milioni di persone che dormivano forse anche loro. Davvero più viaggio più mi sento piccolo piccolo, più mi sembra davvero che questo mondo sia così grande e vario da perdercisi dentro. Mi sono svegliato verso le 4:00, una Luna piena enorme, illuminava a giorno il Bosforo in fase di atterraggio. Per la prima volta sono nell’aeroporto di Istanbul con relativamente poca gente intorno. Passo da qui almeno 10 volte l’anno, ed è sempre un crocevia del mondo. Adesso sorge il sole, arancione e caldo ed entra dai finestroni mentre nuove persone atterrano, pronte a ripartire per chi sa dove. Io mi siedo ad un divano, guardo il caffè turco bollente davanti a me, ne prendo un sorso. E torno a chiudere gli occhi per un momento.

L’effetto di Coriolis

Atterro questa mattina presto dopo quasi 26 ore di viaggio, di cui circa 11 passate nell’aeroporto di Istanbul. Meno male che avevo tante telefonate da fare durante l’attesa. Mentre l’aereo atterra vedo il paesaggio brullo avvicinarsi, domina il giallo, intervallato da alberi, cespugli. E poi case, macchine, autostrade. La luce mi colpisce, è in qualche modo diversa. Il cielo ovattato, una luce penetrante. Vialoni che hanno visto tempi migliori ma che comunque si mantengo i ben funzionali, persone ai bordi delle strade che vendono di tutto, le case, tutte, completamente recintate. Filo spinato, telecamere, guardie armate, la strada è un far west che nasconde giardini e piscine all’interno. Bell’albergo, uomini d’affari da tutto il continente, diverso il modo di vestire, i capelli, le acconciature. Dove sono appena sbarcato? Il tempo di qualche riunione, e mi accorgo che alle 17:00 è già buio. Avevo quasi dimenticato, qui è quasi inverno.

E poi dicono ritorni il sole

Un volo, il terzo in due giorni. Un poco come al solito direi, in settimane che si inseguono in questo calendario inquieto. Viaggio in economy, ma la hostess della Lufthansa mi chiama per nome. Ora i frequent flyers sono riconosciuti ad ogni volo. Chiedo come mai, ed ha il mio status delle miglia davanti a lei. Non male, ma vuol anche dire che davvero di tempo sugli aerei ne ho passato fin troppo negli ultimi anni. Mi giro dietro e vedo che maggio è arrivato e se ne sta anche andando. La vita, scorre così tra le dita, quasi come sabbia. E ti chiedi quando uscirà di nuovo questo sole dalle nuvole. Ma in fondo va tutto bene, my little darling, è stato un inverno lungo. Il sorriso tornerà su queste facce, non potrebbe essere altrimenti, così quando esce il sole. E va tutto bene, perchè va sempre tutto maledettamente bene. Little darling, mi sembra di vedere la neve che si scioglie, è solo il mio cuore che è un diamante.

Risvegli

Come quando ti svegli da un sonno lungo. Apri gli occhi alla prima luce del mattino, la cittá é deserta, la luce giá alta di queste mattine scandinave. Apri la finestra che da sul lago, tutto é silenzio intorno a te. E ripensi agli amici, alle scelte, dolorosissime, agli incontri. E ti ritorvi un uomo di 35 anni, finalmente sicuro di se stesso. Guardi il mondo e non ci vedi piú la nebbia, il lago é trasparente, ci potresti camminare sopra. Ce ne é voluto di tempo, di incontri, di scontri, di lacrime per arrivare a questo punto. Ed allora prendi le scarpe da corsa, e vai, e per la prima volta riesci a fare quasi 6 km senza fermarti un attimo. La strada ti scorre sotto i piedi, perché la strada va dove la porti tu. E finalmente ne sai anche la direzione.

Le sere di maggio

E poi arrivano queste serata di maggio, in cui anche qui nel nord, l’aria profuma di alberi e di fiori. E Stoccolma sta lí, fuori dalla mia finestra, e mi guarda con occhi silenziosi. Questa casa é diventata improvvisamente grandissima, sento quasi i miei passi rimbombare sul parquet la sera, quando spengo le luci e vado a dormire. Stoccolma é sempre lí di fronte che mi osserva, con fare distaccato, quasi disprezzante. Le guglie delle case di Kungsholmen si incastrano nere nel cielo di questo tramonto lunghissimo, il lago diventa sempre piú blu, ma tutto quello che sento, dentro e fuori, é solo silenzio. A volte mi sembra quasi di poter sentire il mio cuore battere.

Mi ricordi una canzone di Battisti

Quando ti penso immagino un pomeriggio assoltato nell’Italia degli anni ’60-’70, sedie di metallo con le fasce di plastica elastica, rosse, verde, blu. Ricordo quando ero piccolo le trovavo al dopolavoro ferroviario, in quel paesino nel Cilento dove trascorrevo agosti spensierati di bambino. Come in una scena della “Meglio gioventu”, anche se probabilmente non conosceresti la scena a cui mi riferisco. “Corea, Corea…”

Mi ricordi tanti Battisti ascoltati in un’adolescenza lontana, ma che ancora ricordi come felice. Per quelle parole che ti toccano, ma allo stesso tempo leggere, come un poco sei anche tu. Anche perchè a volte mi sembra che ascoltare questa musica mi riconcili con l’Italia, come pensavo avresti potuto fare tu. Ma come tutte le cose che da lontano sembrano più belle, lo è anche per il posto dove sei nato.

Mi ricordi davvero un angelo caduto in volo, una giornata uggiosa lungo una strada in riva al mare, o un fiore rosa di pesco in una giornata di primavera. La primavera qui arriva tardissimo, a volte non arriva proprio, altre volte arriva e ti sorprende.

E sono qui su un aereo, come al solito, mezzo vuoto di ritorno da Londra. È vacanza in Svezia, ho tanto posto, nessuno seduto vicino a me. Davanti due ragazze che ridono ad alta voce della vacanza londinese, una hostess passa ogni tanto cercando di vendere panini, due svedesi di mezza età si stanno guardano il catalogo degli alcolici da mezz’ora. Se potessi andrei in un prato ad inseguire libellule, quanto vorrei mettermi ad urlare ad alta voce in questo aereo rompendo il muro di silenzio, ma le cuffie mi isolano dal mondo esterno.

Ma che ne sa il mondo della paura di esser preso per mano, di un ragazzo che aveva paura di mostrare tutte le sue pene, di nuove notte e nuovi giorni. Ed è anche giusto così, in fondo non c’è nulla di speciale. Ed è giunto il momento di tornare a viaggiare, gentilmente senza fumo con amore. A volte si vive per sperare che un giorno possa nascere una rosa rossa.

Chiudo gli occhi ed immagino di nuovo un pomeriggio d’estate, l’odore degli spaghetti a vongole dalla cucina, una bottiglia di Falanghina mezza finita sul tavolo, i gusci delle cozze aperti su una tavola con la tovaglia, fino a quando si alza tiepido un vento che odora di fiori d’arancio. Sono immagini che mi tornano in mente come miraggi di una vita passata, una vita che non esiste e che non è meglio esista solo in attimi da ricordare. Perchè io ne immagino tanti altri fatti di curry sull’oceano indiano, di pesce crudo tra giapponesi che vanno al mare, di pasta di ceci tra i muezzin che invitano alla preghiera, di pesce fritto su una banchina del mare del nord mentre l’oceano porta tempesta, di granchi bolliti su una spiaggia della California. Ma per viaggiare non basta un passaporto nuovo, bisogna anche non guardare la casa che si lascia dal finestrino dell’aereo, perchè i gerani, sulle finestre, crescono a tutte le latitudini.

Alba mediterranea

Dopo aver passato due giorni a Capri, stamattina un taxi mi ha portato verso il porto alle 6:00 del mattino. Nell’aria il senso della pioggia caduta la sera prima, un cielo ancora quasi grigio, la luce che filtrava dietro le nuvole illuminava la sagoma di Ischia oltre le punte di Anacapri. Il porto silenzioso, poche persone, una nave solitaria al molo in attesa di ripartire per Napoli. L’acqua era scura, poche onde ma chiare, determinate. In fondo, mentre sorgeva il sole, prima Procida, poi il capo Miseno, chiarissimo. Nisida e poi le case del lungomare. Napoli appariva chiara, quasi serena. Capita raramente di vedere una città così tremendamente caotica, in alcuni punti orrenda, calma ed incantevole. Il mare, persone che correvano lungo il lungomare, pochissime auto. Come la quinte dopo la tempesta avresti potuto camminare e sentirti quasi a casa. Quando lo sai, che casa non è. Non lo può essere. I bar aprivano le saracinesche, un profumo di primavera prima di arrivare a quell’odore penetrante e costante di rifiuti chimici verso la periferia. È difficile avere in un territorio così piccolo tanta gentilezza, tanta vita dolce, ed allo stesso tempo sapere di essere circondati da orrore, periferie senza cuore, persone dallo sguardo perso lungo le curve piena di mondezzai della circumvallazione esterna. L’aeroporto, funzionale e molto ben tenuto, secondo me il migliore d’Italia senza dubbio, come uno spazio porto per portarti in un’altra dimensione. Passi i controlli e ci sono solo mozzarelle e sfogliatelle, persone educate (quasi) e negozi. Poi l’aereo va via, il mare si confonde con la terra nello smog del mezzogiorno, non sai più dove finisce l’orrore e dove inizia la gentilezza dei fiori d’arancio. Chiedi gli occhi, ed il mondo ti aspetta. A Capri una signora, qualche giorno prima, mi parlava del figlio che non voleva andare via. Lei gli ha detto “da qui vedi un bel panorama, da qualunque altra città puoi vedere il mondo”.