Praga

1) Il ponte Carlo ed il castello
Charle's bridge and Prague Castle

2) L’orologio astronomico
Astronomical clock

3) Ponte Carlo
Charle's bridge

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La luce dell’est

Oggi una citazione a Battisti ci vuole sempre, ma visto che non sono in nessun caffè, questa mi sembra invece più al posto giusto. Da tre giorni mi trovo in una città molto bella, attraversata da un fiume e da tanti ponti. Alcuni molto antichi, da cui si vede un bel castello bianco in lontananza, altri più moderni. La città mi ha sorpreso per la sua bellezza architettonica che sa tanto di Mitteleuropa, che che poi all’improvviso ti sorprende con chiese che sembrano ortodosse. E li senti il profumo dell’est, che è lontano, ma poi forse nemmeno tanto. Nella città medioevale si alzano torri aguzze nel cielo inondato di sole degli ultimi giorni. I tram passano veloci facendo rumore, le persone camminano leggere tra frotte di turisti. La metropolitana è costruita molto in profondità e secondo il mio collega russo questo è perché durante la guerra fredda doveva poter servire anche come rifugio anti bombardamento. All’entrata sulla piattaforma mi fa notare delle vecchie porte che servivano per sigillare la stazione e trasformarla in un bunker per i cittadini. I colori sono quelli del socialismo reale, ma è l’unica cosa rimasta di quel periodo. Difficile dire di non essere a Vienna oppure a Budapest in molti momenti. Nelle grandi piazze centrali si stagliano orologi che pendono da alte torri, chiese dai campanili aguzzi, ciottoli e rumore di tacchi delle tante ragazze in giro. Il cibo è pesante, non mi ha molto convinto, e la birra scorre a fiumi. Mi sembra davvero un bel posto, bisognerebbe tornarci.

Un cambio avventuroso

Ieri pomeriggio sono ripartito, in fondo stare piú di un giorno a casa ormai sembra un miracolo. Comunque per fortuna viaggio nello stesso continente, ed addirittura stesso fuso orario. Mi stupisco di come la cosa mi inizi a stupire. In ogni modo lo scalo a Francoforte é stato alquanto problematico. L’aereo é arrivato con circa 20 minuti di ritardo, e dopo circa 20 minuti partiva l’aereo di dopo. Arriviamo e prima sorpresa: autobus! Dopo aver caricato tutti, invece di fermarsi al pier A, dove ci sono i voli europei, si avvia verso il pier B. Trova anche traffico per strada (si in aeroporto!!!), e tipo dopo 10 minuti buoni ci scarica. Da lí inizia una corsa contro il tempo praticamente dell’intero aereo. Sali un piano, arriva agli ascensori e poi scendi di nuovo. A questo punto lunghissimo corridoio sotteranneo che va da B and A. Corri e chiedi permesso… “excuse me” e passi. Fino a quando una vecchina si gira ed al mio “excuse me” mi fa : “I will not!”. Io la guardo, le urlo “you will” e la mando a quel paese. Scusate ma ci voleva. Dopo aver corso circa un chilometro con la valigia di nuovo ascensori e mi trovo a metá del pier A terminal 1. Ovviaente il mio aereo partiva dal gate 28, praticamente un altro chilometro. E pensare che il mio aereo si era fermato tipo 500 metri da li. A quel punto la stanchezza prende, e smetto di correre. Arrivo comunque al gate che anche altri dovevano arrivare, mi siedo, e poi via. Verso est. E poi si dice che in questo lavoro non ci sia abbastanza attivitá fisica…

Suddito di re Carlo Gustavo XVI

E quindi, dopo quasi sette anni di Svezia, torno domenica scorsa dagli USA e trovo una lettera nella buca della posta. Mi aspetta una raccomandata. Scendo al supermercato qui dietro e mi chiedo cosa sia. Giusto per dire qui in Svezia la posta si sbriga al supermercato in quanto tutti gli uffici postali sono stati chiusi anni fa e dati in appalto a vari privati. Comunque vado, prendo questo bustone, apro e ci trovo questo foglio:

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Ebbene si, da adesso sono cittadino svedese.

Downtown weekend

Mi piacciono molto le città americane il sabato mattina. Esci dall’albergo quando fa ancora freschetto, e le strade sono semivuote. Sembra che tutta quella gente che ne affolla le vie durante la settimana sia sparita per un attimo. La luce del sole fa fatica a passare attraverso i grattacieli, arrivano le consegne per i negozi, il fumo esce dai tombini. Quello sempre, a qualunque ora del giorno. Mi siedo in uno dei diecimila Starbucks, e guardo il mondo fuori. Alcuni uomini e donne ben vestiti dalla sera prima, chi sa come o dive avranno passato la notte. Uomini in tenuta da ginnastica, la polizia fuori all’Apple Store dove vendono il nuovo iPhone 5, negozi ancora chiusi. Una ragazza guarda il suo iPhone da circa mezz’ora seduta di sbieco su una poltrona. Chi sa, forse mentre io scrivo di lei, lei guarda me e pensa io chi sia. Ma forse anche no. L’America è un posto che ti sembra sempre tuo, sembra casa. L’hai vista troppe volte eppure ti sorprende sempre.

Philadelphia

E così dopo una settimana in Asia ed una in Medio Oriente ho iniziato un altro viaggio. Terzo continente in tre settimane. Mercoledì mattina volo per New York. Dopo circa 9 ore sull’Atlantico siamo atterrati sul suolo americano mentre in lontananza si vedeva chiaro lo skyline di NYC. A questo punto due ore di auto ed eccomi nella città dell’amore fraterno, dove ho passato circa tre giorni in riunioni. Il clima è stato davvero incantevole. Sono quelle giornate di settembre in cui il sole scalda ancora, ma c’è quel piacevole venticello fresco che fa svolazzare le gonne delle ragazze per strada e le giacche degli uomini che vanno in ufficio. La città non è molto grande per gli standard americani, ed ho visto la casa dove è stata dichiarata l’indipendenza, la liberty bell, la bella city hall ed alcuni quartieri coloniali molto carini. Per il resto, come spesso in US, strade perpendicolari, grattacieli che si affiancano a chiesette dell’800, e tanta, tantissima vita. Questo è per me il fascino maggiore dell’America. C’è sempre qualcosa da fare, persone di tutte le razze, colori, religioni. Un misto bellissimo. Certo, ci sono anche tanti homeless, non tutto è oro quello che luccica dietro le vetrate a specchio dei grattacieli. Ma è l’America, e bisogna prenderla per come è.

Wadi Rum

Dopo Petra, anche se stanchissimi, ci rimettiamo in auto. Direzione sud, quasi ad Aqaba, Mar Rosso. Qui una tribù di beduini ha messo su un turismo vicino alla natura per proteggere il territorio. Si offrono vari tipi di tour, fino alla possibilità di pernottare in tenda nel deserto. Noi avevamo solo un giorno, quindi ci siamo accontentati di un giro in jeep al tramonto. La vallata era straordinaria. Quando il mondo era più giovane era sommersa dal mare, ed infatti le rocce altissime mostrano i segni dell’acqua nelle striature. Al tramonto tutto si colora di rosso intensissimo. È un deserto prevalentemente roccioso, ma in alcuni punti si formano le dune. La sabbia è rossa intensa, e forma piccole onde al passare del vento. Ci cammino a piedi scalzi, ed un certo punto uno scarabeo del deserto mi passa accanto. Da come fuggiva mi sembrava più impaurito di me. Nelle valli risuona l’eco. Visitiamo poi la grotta in cui viveva (davvero, ho controllato) Lawrence d’Arabia. La serata si conclude con un giro di notte. Davanti i fari accesi, l’aria fresca della sera ed in alto si illumina come in un istante la via Lattea. Si vedeva benissimo, come un fiume di latte nel cielo. Per tornare nel mar morto ci vogliono circa quattro ore e mezzo, un tempo infinito. Torno in albergo, faccio la valigia e mi aspetta già il taxi per l’aeroporto. Questi post sulla Giordania li ho scritti tutti dall’aereoporto di Amman. Sono le 3:16 del mattino, ho dormito 6 ore negli ultimi due giorni ed ora si riparte. Volevo mettere per iscritto tutte queste immagini ora, quando sono ancora fresche. Tra poco si parte, ma questo é un altro viaggio. Lo racconterò poi.