Periferia svedese

Interno giorno, ora di pranzo di un giorno come tanti, in questo caldo giugno svedese. Esco dall’ufficio per cercare qualcosa da mangiare. Zona industriale, niente intorno a parte la stazione del pendeltåg, il treno dei pendolari. Intorno poche macchine, uffici lontani, un supermercato. Ma non quelli carini del centro, uno di una catena minore, che non vi vede tanto spesso. Di fronte il negozio che vende caramelle, giornali, cose strane e posseduto da un immigrato
mediorientale, come sempre. Arrivo ala stazione dell’autobus, deserta in questa strana controra svedese. Di fronte l’unico ristorante fa kebab ed hamburger, come al solito. Mi siedo negli interni anni 80, che hanno visto
sicuramente giorni migliori, ordino e mi guardo intorno. Solo immigrati che mangiano il loro pranzo, ed ogni tanto qualche svedese con la sua camicia a quadri da bravo operaio integrato. Entra una signora sui 50. Pantacollant bianchi sotto il vestito H&M, i capelli sfatti e le scarpe vecchie. Ordina due cose da portare, si guarda intorno come persa e poi va via. Arrivano ragazzini svedesi sui 13 anni, la scuola è finita e loro ordinano il loro pranzo e ridono. Gli adolescenti sono tutti uguali. Ricordo in un mall di Dubai questo gruppo di ragazzine arabe vestite di nero che parlavano tra loro e guardavano i cellulari. Gli stessi sguardi, probabilmente gli stessi discorsi. Il gestore mediorentale guarda in giro con la faccia annoiata dai troppi kebab preparati negli anni, i treni passano veloci e le ragazzine bevono cola light mentre i ragazzi mangiano panini su un altro tavolo, parlando di calcio. Tempo di alzarsi, attraversare il sottopassaggio vuoto e sporco e tornare al lavoro. Un leggero vento passa tra gli alberi, i camionisti si fermano a guardare le macchine passare, ragazzi pelati scendono da auto tirate a lucido. L’estate scopre la realtà, ed anche i capelli rosso fuoco di una ragazza metallara appena passata sembrano più rossi.

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