L’inverno alle porte

I giorni londinesi sono stati molto belli. Dal teatro, fino ai giardini di Kensington, dove si è incontrato anche Peter Pan. Da sabato pomeriggio, invece, si è di nuovo in Svezia, dove l’estate ha deciso di non arrivare, piove, fa freddo e tira il vento. Il cielo plumbeo sembra quasi opprimere la città e schiacciarla sotto una coltre grigia, metallica. Si sta in casa, con una luce sul comodino a leggere e guardare la televisione, ed in fondo alla fine sai che va proprio bene così.

Victoria station

Londra è anche posti che hai già visto, o di cui hai sentito parlare. Ogni volta che passo per Victoria station mi sembra di ricordare una lezione di storia di quando ero a scuola. Si parlava dell’industrializzazione, dell’Inghilterra che sviluppava le ferrovie, la regina Vittoria e tutto il resto. Ecco, entro oggi in questa stazione di mattoncini e metallo, rumorosa come ogni stazione di Londra, e mi ricordo di queste lezioni. Tantissima gente intorno, ogni cultura di questo pianeta sembra incontrarsi e scontrarsi Londra. Il tube è sempre sporco è rumoroso, le luci vanno e vengono sulla district line mentre le stazioni passano piano. Alcune all’aperto, altre in tunnel. Spesso mi chiedo come questa città enorme sopravviva a se stessa. Eppure da più di un secolo la gente continua ad aspettare mariti, mogli, fidanzate, amici qui in queste stazioni

Le sere in albergo

In questi giorni londinesi ho visto il sole molto poco. E non perché sia brutto tempo, ma semplicemente perché sono stato chiuso in ufficio, tende chiuse e spesso sale riunioni senza finestre. Comunque riunioni interessanti. Adesso sono qui come al solito nella mia stanza d’albergo, all’intersezione tra due grandi autostrade fuori Londra, praticamente in mezzo alla campagna. Il tempo è piacevole, con una serata fresca che ti viene voglia di tenere la finestra semi-aperta. In lontananza si sentono solo i rumori delle macchine, un rumore continuo, come uno sciame di insetti. Non ho nemmeno tanta voglia di scendere al bar. Ci saranno come al solito uomini d’affari con una birra a guardare la televisione, divanetti scomodi di questo albergo che sembra un motel, camerieri un poco assonnati, persone che tornano dalle cene di lavoro e si salutano per vedersi domani. Scene già viste, stasera mi fermo qui a pensare, a chiudere gli occhi ed a programmare il domani.

Londra

Dopo una settimana senza viaggiare, era anche il momento di rimettersi in cammino. Il taxi che mi è venuto a prendere questa mattina si è dovuto trasformare in un mezzo anfibio, visto il temporale tropicale che ha colpito Stoccolma in mattinata. Ci sono stati certi momenti in cui, tanto dell’acqua e dei laghi che c’erano per strada, ho chiesto la guidatore di andare più piano… sembrava si credesse un pilota di formula uno. Un viaggio di due ore, un atterraggio pieno di scossoni e vuoti d’aria che hanno colpito anche un frequent flyer come me, ma alla fine eccoci qui. È un bel pomeriggio, il sole fa capolino tra nuvole veloci, sono in pieno centro e mi godo la vista delle persone dalle vetrate di un caffè. Ho una famiglia italiana sulla destra, parlano di case con la figlia, una coppia cinese a sinistra che cercano qualcosa sul loro iPad. Una mamma svedese di fronte, che cerca di far calmare le figlie, ed una ragazza (penso inglese) di fronte a me che si diverte a riempire di cannella la bevanda che una bellissima bimba di colore ho per le mani. Di Londra ho sempre adorato questa incredibile diversità, questo farti sentire al centro del mondo, ed allo steso tempo parte di quel mondo. Inglesi ce ne sono probabilmente pochissimi, è un posto di incontro, un posto per ritirarsi. Forse per questo a volte mi chiami Londra, ed io non posso fare a meno di venire.

Una partita a tennis

Erano tantissimi anni che non giocavo a tennis, forse almeno 8. E nonostante abbia portato le mie racchette in Svezia già da qualche anno, non ero mai riuscito a trovare qualcuno con cui giocare. Oggi invece, complice la grossa quantità di expats che vivo qui in città, siamo riusciti ad organizzare un paio d’ore. Il clima incredibile, due campi nel mezzo di un parco ed il vento tra i capelli. E poi un dritto, un rovescio, una battuta, ci voleva proprio. Certo i primi dieci minuti non prendevo una palla, ma appena riscaldato devo dire che è un pochino come andare in bicicletta, te lo ricordi subito. Alla fine ho anche vinto 6-3, e giocavo da solo contro una coppia. Certo, anche loro hanno fatto tanti errori, insomma non è tutto merito mio, ma ci siamo molto divertiti. Bisognerebbe ricordarsi, a volte, di come un paio d’ore passate così valgano molto di più di tante altre cose che i nostri giorni quotidiani ci portano via.

Periferia svedese

Interno giorno, ora di pranzo di un giorno come tanti, in questo caldo giugno svedese. Esco dall’ufficio per cercare qualcosa da mangiare. Zona industriale, niente intorno a parte la stazione del pendeltåg, il treno dei pendolari. Intorno poche macchine, uffici lontani, un supermercato. Ma non quelli carini del centro, uno di una catena minore, che non vi vede tanto spesso. Di fronte il negozio che vende caramelle, giornali, cose strane e posseduto da un immigrato
mediorientale, come sempre. Arrivo ala stazione dell’autobus, deserta in questa strana controra svedese. Di fronte l’unico ristorante fa kebab ed hamburger, come al solito. Mi siedo negli interni anni 80, che hanno visto
sicuramente giorni migliori, ordino e mi guardo intorno. Solo immigrati che mangiano il loro pranzo, ed ogni tanto qualche svedese con la sua camicia a quadri da bravo operaio integrato. Entra una signora sui 50. Pantacollant bianchi sotto il vestito H&M, i capelli sfatti e le scarpe vecchie. Ordina due cose da portare, si guarda intorno come persa e poi va via. Arrivano ragazzini svedesi sui 13 anni, la scuola è finita e loro ordinano il loro pranzo e ridono. Gli adolescenti sono tutti uguali. Ricordo in un mall di Dubai questo gruppo di ragazzine arabe vestite di nero che parlavano tra loro e guardavano i cellulari. Gli stessi sguardi, probabilmente gli stessi discorsi. Il gestore mediorentale guarda in giro con la faccia annoiata dai troppi kebab preparati negli anni, i treni passano veloci e le ragazzine bevono cola light mentre i ragazzi mangiano panini su un altro tavolo, parlando di calcio. Tempo di alzarsi, attraversare il sottopassaggio vuoto e sporco e tornare al lavoro. Un leggero vento passa tra gli alberi, i camionisti si fermano a guardare le macchine passare, ragazzi pelati scendono da auto tirate a lucido. L’estate scopre la realtà, ed anche i capelli rosso fuoco di una ragazza metallara appena passata sembrano più rossi.