L’orizzonte tra il mare ed il deserto

Un nuovo viaggio verso mete lontane. L’aereo atterra lunedì sera nella notte su una pista in mezzo al nulla. Da una parte il mare, dall’altra il deserto. Più in là, in mezzo al nulla, una selva di grattacieli, luci. Una baia dove fino a 40 anni fa non c’era niente. È incredibile pensare a quanto questi posti siano cambiati, a quanto si siano evoluti. Ed intanto sono qui, in una sala riunioni, a guardare questo mare azzurrissimo. La spiaggia è piena di persone, la intravedo tra le palme, ed il vento caldissimo, come un asciugacapelli al massimo della potenza, muove onde bianche. Lontano, oltre la baia, grattacieli altissimi, alcuni in costruzione. Il cielo è azzurro o quasi, nonostante la foschia. Mi giro dall’altra parte, un’altra riunione sta per ricominciare. Ieri sera ho anche fatto il bagno, in un mare caldissimo, la spiaggia bianca, la sabbia fra le dita e questo vento, questa aria bollente che permea ogni dove.

La domenica é passata

Sará che dopo questo fine settimana caldissimo adesso l’aria si sta lentamente raffreddando, mi é venuta in mente questa vecchia canzone di Pino Daniele. Quella sensazione della domenica pomeriggio, le tapparelle che si abbassano, l’aria che arriva da fuori,, il silenzio della controra in cui il sole si riflette tra i vicoli antichi, ricoperti di pietre laviche. A volte mi piace, la domenica d’estate, stendermi sul letto a leggere. Apro le finestre sul lago, abbasso piano gli scuri lasciando una striscia di luce entrare, e mi godo l’arietta fresca che entra. Mi piace la luce che filtra, che trasforma i colori, che si riflette sul blu dei miei mobili. E poi sono lí, che chiudo gli occhi e penso ai fine settimana. A quelli che a volte passi cosi con gli occhi chusi su un letto ad abbracciare il domani.

 

Quella carezza della sera

Un’altra bellissima giornata qui a Stoccolma. Tutti fuori, i bar pieni di gente, i ristoranti ed i caffé all’aperto che si riempiono di sguardi, occhiali da soli, cappelli. Södermalm diventa ancora piú eccessiva, per quanto ovviamente puó essere eccessiva una cittá come Stoccolma. I ragazzi vestono magliette a mezze maniche a righe orizzontali blu e bianche, o camicioni da boscaiolo a quadretti, i capelli con il gel in testa (ma senza la “banana” come ad Östermalm), ed i baffetti biondi come in un porno soft anni ´70. Le ragazze vestono maglie larghe su gonne o pantaloncini sempre troppo corti, sandali di pelle a strisce, senza un filo di trucco, e larghi occhiali da sole Ray Ban. Diverse lingue si mischiano tra le strade, mentre ovunque si aprono i löppis (mercatini dell’usato), i gelatai sono tutti aperti. I parchi di questa cittá che si affaccia sull’acqua sono tutti verdissimi come colorati con i pennelli della Giotto, il sole riscalda e ti fa quasi sudare, mentre un altro giorno passa a queste latitudini. Adesso é l’ora del tramonto, questo lunghissimo tramonto scandinavo che durerá quasi fino alla mezzanotte. Coppiette si tengono la mano passeggiando in riva al lago, i treni continuano a passare regolarmente ed il traffico diminuisce sempre di piú. É quel momento della sera quando ti siedi sul divano e sei contento perché chiudi gli occhi ed inizi ad aspettare la notte, che ti porterá un sorriso.

Cicogne a Stoccolma

La serata é molto calda, cosi come lo é stato tutto il giorno. Sono qui con il balcone aperto che guardo il sole tramontare su Stoccolma, la notte che arriva sempre piú lentamente. Sono le 22:00 ed é ancora giorno. E proprio mentre guardavo fuori, d’improvviso, due cicogne sono passate davanti alla mia finestra… incredible. Le vedete in alto a destra.
Two storks in the Stockholm sky

Viaggi e miraggi

In quanti posti ho portato i miei occhi fino ad oggi? In 34 anni sono andato in giro per vari continenti, visto la neve oltre il circolo polare artico, il deserto della penisola arabica, il mare del Mediterraneo e due oceani. Ho anche parlato con persone che vivono a tutte le latitudini del globo, e credo di aver conosciuto persone che vengono almeno dalla metá delle nazioni di questo pianeta. Eppure, quando mi siedo sul divano, e guardo fuori, mi sento che c’é ancora molto che voglio conoscere, persone da incontrare, pensieri da scambiare. Non mi piace pensarmi fermo in un posto, e non per questo non voglio mettere radici. Ma mettere radici con il lavoro forse non é la cosa migliore di questo mondo. Le radici sono gli affetti, la famiglia, i figli, l’amore. Il mondo é invece lí fuori pronto per essere esplorato, basta solo un pochino di curiositá e di voglia di buttarsi. Che poi se uno aspetta il coraggio di buttarsi non lo trova mai. O almeno cosi mi ha detto qualcuno. E ci credo.

Vivere in un non luogo

Ormai sono più di tre anni che faccio questa vita in viaggio. Forse all’inizio non capivo perfettamente cosa volesse dire “vivere in un aeroporto”, ma adesso mi sembra quasi una cosa normale. Faccio, a volte ne sono consapevole, una vita molto particolare. Quando ne parlo (raramente in verità) le persone hanno delle reazioni abbastanza diverse. C’è chi mi invidia, chi dice che non ce la farebbe mai, chi pensa che io mi dia delle arie…. alla fine io lascio parlare i più. Ma cosa vuol dire vivere in questo modo è una cosa che si capisce con il tempo. Vuol dire trovare i tuoi posti preferiti in aeroporto. Quella sedia con vista sulla pista, o quel bar, o la lounge. Tutti questi posti diventano come un surrogato di casa, di una scrivania, di un posto conosciuto. È un modo per far diventare routine una vita che è per definizione fatta di non routines. E poi preparare la valigia, dove ormai nel bagaglio a mano puoi far entrare una settimana di vestiti, scarpe, cravatte e giacche. Sono i controlli sicurezza che già sai cosa controlleranno e come in un determinato aeroporto, sono le facce delle persone che tornano a casa, quelle delle famiglie che vanno in vacanza, dei viaggiatori abituali, che ci si riconosce a vista, di quelli che prendono un aereo l’anno e chiedono informazioni su tutto. Inizi a distinguere le nazionalità, trovi i tuoi spazi. Insomma, si finisce per far diventare conosciuto un non luogo che in teoria non dovrebbe appartenerti, ma che poi finisce per farlo. Ed infine le camere degli alberghi. Quando la sera ci torni, guardi il mondo intorno dalle finestre dei piani alti. Tutte le città si assomigliano quando il sole scende ed arriva la sera. Si accendono le luci della sera e tu ti immagini piccole felicità quotidiane dietro i vetri delle case, mentre tu ti sfili la cravatta, togli le scarpe, riponi la camicia in armadio e guardi il riflesso del tuo viso sui vetri. Ed è ora della cena di lavoro. Ma sai anche che tutto questo ha un senso, stai guardando il mondo, vedrai posti che pochi potranno vedere, e, soprattutto, dopo qualche giorno accenderai anche tu la luce in cucina. E di quelle piccole felicitá quotidiane sarai parte anche tu.

Beirut

Il Libano é un paese che a nominarlo sembra forse lontano, ma che si trova piú vicino di quanto si pensi. E non solo da un punto di vista geografico, in fondo é solo al di lá del mare, ma anche da un punto di vista ambientale ed umano. Girare per le vie di Beirut negli ultimi tre giorni é stato come guardarsi dentro, vedere un’Italia di qualche anno fa, di quando ero bambino. Riconosci le strade, i palazzi, ma soprattutto i negozi, le persone sedute in mezzo alla strada, i fruttivendoli con le cassette di frutta esposte, i ragazzi davanti ai bar sulle sedie di plastica colorate, le insegne ovunque, i parcheggiatori, il traffico. E poi quell’odore di primavera, piante enormi di bouganville che pendono da vecchi palazzi in stile liberty, e poi tanto, troppo nuovo cemento per dimenticare i tanti, troppi anni di guerra. Si respira un’aria di estate e di voglia di vivere camminando lungo il mediterraneo, i bar aperti, le persone che camminano per strada. Sembra come l’unione di oriente ed occidente, con chiese cattoliche ed ortodosse giusto dietro le moschee. E poi ti rendi conto di essere in medioriente per alcuni profumi, il cibo, i narghilé. Forse é solo perché lo sai, ma dietro i monti altissimi che circondano Beirut si trovano le piane della Siria, poi l’Arabia, quindi l’Oriente. Puoi decidere di rimanere qui, vicino al mare ed immaginare l’Europa vicina, oppure continuare a camminare e trovarti in un posto completamente diverso. Mai come altri posti il Libano, e Beirut in particolare, mi hanno dato questo senso di passaggio, di confine indefinito tra due mondi.